Quando gli Alleati si affidarono alla rete informativa della Santa Sede. Parla Caligiuri


Un carteggio del 1946 svela come gli Alleati si rivolsero alla Santa Sede per verificare la presenza di dodici casse attribuite a Mussolini. Una vicenda che illumina il rapporto tra archivi, potere e intelligence: “La rinuncia alla forza non è cortesia: è amministrazione di un rapporto di lungo periodo”. Conversazione con Mario Caligiuri

01/08/2026

Un carteggio inedito tra la segreteria di Stato vaticana e il vescovo di Como, emerso dall’Archivio Apostolico Vaticano, riporta alla luce la ricerca di dodici casse attribuite a Benito Mussolini. Ma la vicenda, osserva Mario Caligiuri, va oltre il mistero archivistico e diventa un caso di studio sul rapporto tra storia, politica e intelligence che da secoli scandisce il destino degli uomini.

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Il 13 gennaio 1946, in tarda mattinata, il capitano dell’esercito americano John Norton – di cui, in questa vicenda, non si conoscerà altro – è ricevuto in udienza privata da Pio XII. Tre giorni dopo monsignor Giovanni Battista Montini, segretario personale del Pontefice, scrive al vescovo di Como Alessandro Macchi: un ufficiale alleato ha segnalato la presenza, nel Collegio Gallio, di dodici casse di documenti di Benito Mussolini. I comandi alleati potrebbero pretenderle d’autorità, ma preferiscono proporne il trasferimento al Vaticano, riservandosi copia fotografica di ciò che li interessa. Quattro settimane dopo il vescovo risponde che presso il Collegio non c’è nulla. Il carteggio, custodito all’Archivio Apostolico Vaticano ed emerso solo di recente, è stato reso noto dal Corriere della Sera il 13 luglio 2026. Ne abbiamo parlato con Mario Caligiuri – presidente della Società Italiana di Intelligence e direttore del Master in Intelligence dell’Università della Calabria – che a questi temi ha dedicato alcuni volumi collettanei.

Professore, nel saggio introduttivo a Il Vaticano e l’intelligence (Rubbettino, 2025) lei scrive che la Santa Sede non solo osserva, ma è anche osservata. Il carteggio del gennaio 1946 sembra collocarsi in una terza posizione: il Vaticano non osservato, ma interpellato. È una distinzione che regge?

Direi che regge, e che è più interessante delle altre due. Il Vaticano è da secoli una straordinaria potenza informativa: fa convergere a Roma quantità enormi e spesso esclusive di informazioni ed è per questo stesso motivo oggetto delle attività dei Servizi che ne analizzano i comportamenti. Ma qui accade qualcosa di diverso. Una potenza militare che ha appena vinto una guerra e occupa il territorio si rivolge alla Santa Sede non per sorvegliarla e non per informarla, bensì per chiederle di procurarsi un dato che essa non è in grado di verificare da sé. È il riconoscimento implicito di una capacità di accesso. Aggiungo che il documento ripropone, in forma quasi didattica, il problema definitorio che pongo nelle conclusioni del volume: che cosa possiamo considerare attività di intelligence e che cosa no. Una lettera della Segreteria di Stato che invita un vescovo a informarsi “col dovuto riserbo” ed esprimere “con tutta sollecitudine” il proprio parere è, sul piano formale, corrispondenza ecclesiastica ordinaria. Sul piano funzionale è un incarico di raccolta. Non ho una risposta definitiva su quale delle due letture prevalga: ho il sospetto che nella società della conoscenza la distinzione stessa sia diventata impraticabile.

Gli Alleati potevano richiedere e pretendere quelle casse d’autorità. Scelgono di proporre, riservandosi copia fotografica dei documenti di interesse. Che cosa dice quella rinuncia alla coercizione?

Dice due cose. La prima è di calcolo politico. Nel gennaio 1946 l’Italia è alla vigilia del referendum istituzionale e a un anno dalla firma del Trattato di pace; la Chiesa si sta configurando come uno dei baluardi della politica anticomunista, e i servizi americani sono in prima linea su quel fronte. Un atto d’imperio sulla Santa Sede sarebbe costato, in quel momento, molto più di quanto potessero valere dodici casse dal contenuto incerto. La rinuncia alla forza non è cortesia: è amministrazione di un rapporto di lungo periodo. La seconda cosa è più sottile e riguarda il metodo. Riservarsi copia fotografica significa non volere l’oggetto ma il suo contenuto informativo. È un passaggio di paradigma: dalla logica del bottino, che è quella di tutte le guerre, alla logica dell’esclusiva conoscitiva, che è quella dell’intelligence. Cinquecento anni prima di Cristo, Sun Tzu aveva già scritto che il massimo risultato è vincere senza combattere. Qui gli Alleati applicano quel principio a un archivio.

Paolo Gheda, nel volume “Il Vaticano e l’intelligence”, descrive la diplomazia dei vescovi italiani come una forma implicita di “intelligence ecclesiastica”. Come si legge, in quel quadro, un vescovo interpellato dalla Segreteria di Stato per conto di una potenza occupante?

Si legge come il funzionamento ordinario di una rete che non è nata per quello scopo ma che a quello scopo si presta strutturalmente. Gheda mostra bene, sulla base delle fonti interne dell’episcopato, che molte iniziative diplomatiche assunte dai vescovi a livello individuale e collegiale possono essere intese come una forma implicita di intelligence ecclesiastica, e che proprio per la loro capacità di influenza sull’opinione pubblica furono oggetto di attenzione da parte dei Servizi di vari Paesi. Un vescovo dispone di ciò che nessun apparato straniero possiede in aree altrui: conoscenza capillare del territorio, una rete di parrocchie e istituti, la fiducia della popolazione. Un patrimonio che un servizio di informazione impiega anni a costruire e che l’ordinamento ecclesiastico possiede per costituzione. L’ambiguità è, dunque, nella natura delle cose, non nelle intenzioni delle persone. Nel caso di Como va però osservato un elemento che considero decisivo: il vescovo conserva autonomia di giudizio. Gli si chiede un parere, non un’azione. E quel parere chiude la vicenda.

L’ambiente ecclesiastico lombardo, e in particolare la figura del cardinale Schuster, era già al centro dell’attenzione di diversi servizi d’informazione. La richiesta rivolta al vescovo di Como può essere letta come parte di questo quadro più ampio?

Qui devo essere prudente, perché siamo nel campo delle ipotesi. Quello che è accertato è che l’ambiente ecclesiastico lombardo era, in quegli anni, sotto osservazione da più parti. Schuster fu monitorato dalla polizia fascista dopo l’omelia del 13 novembre 1938 in cui definì le leggi razziali un’eresia antiromana e anticristiana; nell’aprile del 1945 l’episcopio ambrosiano fu teatro del tentativo di mediazione tra Mussolini e il CLN; e monsignor Giuseppe Bicchierai inviava relazioni periodiche a Montini nel quadro dell’operazione che i servizi americani chiamarono Sunrise. Dopo la guerra, lo stesso Schuster fu oggetto di interesse da parte dei servizi americani proprio per i suoi presunti rapporti con agenti fascisti a Milano. Molto più tardi, nel 1984, il rabbino Marvin Hier, direttore del Simon Wiesenthal Center, ipotizzò a suo carico una presunta agevolazione della fuga di nazisti in collaborazione con Bicchierai: va…


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