“I tempi esponenziali delle tecnologie sono difficili da gestire per l’umano, che è più a suo agio con il tempo lineare”. Questa riflessione esprime il punto critico della trasformazione digitale che sta investendo le imprese moderne. Nel corso dell’intervento tenutosi durante il convegno dell’Osservatorio FUTURES del Politecnico di Milano del 16 luglio 2026, esperti del settore si sono interrogati su come l’intersezione tra AI e lavoro stia ridefinendo l’organizzazione aziendale, la gestione della produttività e la tutela del capitale umano.
Il corto circuito tra i tempi dell’intelligenza artificiale e i ritmi umani
L”ingresso pervasivo dell’intelligenza artificiale generativa nei processi di business ha imposto una velocizzazione senza precedenti dell’operatività quotidiana nei processi di business ha imposto una velocizzazione senza precedenti dell’operatività quotidiana. Se da un lato l’automazione permette di accelerare la produzione di contenuti e l’elaborazione dei dati, dall’altro rischia di creare uno squilibrio profondo con le dinamiche cognitive delle persone.
La gestione della fatica cognitiva di fronte all’accelerazione tecnologica
Il ritmo con cui i modelli di AI generativa evolvono e svolgono compiti complessi pone i lavoratori di fronte a una costante sensazione di rincorsa. Come sottolineato da Silvia Campioni, Head of Open Innovation di Lactalis Italia: “Il tempo dell’AI è esponenziale e genera paura del cambiamento: il timore che le proprie competenze e la propria capacità creativa vengano superate da un agente o dalla GenAI che agisce sempre meglio”. Questa costante pressione genera un appesantimento mentale che mina alla radice la capacità d’innovazione.
La pausa e il respiro come leve strategiche di produttivita per l’organizzazione
In un contesto produttivo saturato dal flusso continuo di input digitali, emerge l’esigenza di ripensare l’organizzazione del lavoro integrando deliberatamente dei momenti di deconpressione. La gestione dei ritmi umani non deve essere vista come un rallentamento passivo, ma come una condizione necessaria per mantenere elevata la qualità dell’output creativo e decisionale.
Come proteggere lo spazio del pensiero critico nei processi aziendali
Proteggere lo spazio di riflessione — il cosiddetto Protecting thinking — richiede un cambio di paradigma all’interno della cultura aziendale. Silvia Campioni ha chiarito come il vuoto cognitivo sia parte integrante dell’innovazione: “Se la creatività deve diventare una competenza organizzativa, parte di essa è saper fare il vuoto. Ci sono i momenti veloci, gli sprint, ma devono esserci anche i momenti per rigenerarsi e recuperare il tempo lento. Per un’organizzazione questo è quasi scandaloso: solitamente ci si ferma solo quando si è in burnout. Noi invece vogliamo dire che la creatività è saper si fermare per poter ripartire”.
Il valore dell’uomo tra giudizio senso e responsabilita decisionale
L’adozione delle nuove tecnologie non elimina l’apporto individuale, ma ne sposta il baricentro. All’interno delle aziende, la tecnologia agisce come un’infrastruttura di supporto, lasciando al centro l’individuo e la sua capacità di discernimento.
Dalla pura esecuzione all’orchestrazione dei modelli di intelligenza artificiale
Man mano che l’intelligenza artificiale si fa carico dell’esecuzione e dell’elaborazione di base, l’essere umano assume sempre più la funzione di orchestratore dei processi. Il valore aggiunto dell’operatore umano risiede nel gusto, nella capacità di contestualizzare, nel valutare i risultati e nell’assumersi la responsabilità delle scelte strategiche. La tecnologia espande le possibilità operative, ma la direzione, il significato profondo e il controllo finale restano una prerogativa dell’intuito e della sensibilità umana.
Come guidare la trasformazione sistemica delle organizzazioni complesse
Le strutture aziendali operano come organismi complessi in cui convivono dinamiche consolidate e spinte al cambiamento. Per evitare che le nuove tecnologie rimangano confinate in reparti isolati, occorre un approccio sistemico che coinvolga l’intera organizzazione.
Roberta Avanzini, Head of Customer Experience & Innovation di BNP Paribas Cardif, ha descritto questa dinamica attraverso l’analogia del respiro e la metafora del tedoforo: “Il respiro ha due componenti: una involontaria e una volontaria, perché possiamo guidarlo attraverso la meditazione, lo sport o la recitazione. Se spostiamo lo sguardo verso le organizzazioni, riconosciamo meccanismi involontari o sedimentati: i processi, la cultura aziendale. Ci sono poi componenti volontarie portate da attori interni o dal contesto esterno. In questo nuovo ritmo, ciascuno deve ritrovare il proprio respiro e portare il proprio contributo”.
L’innovazione necessita quindi di figure capaci di trasportare la trasformazione attraverso tutti i livelli dell’ecosistema aziendale, permettendo a ciascun collaboratore di esprimere un contributo personale e consapevole nell’adozione dei nuovi strumenti tecnologici.
L’Intelligenza Artificiale è la disciplina che studia come realizzare sistemi informatici in grado di simulare il pensiero umano. Secondo la Treccani, si tratta della disciplina che studia i fondamenti teorici, le metodologie e le tecniche che permettono di progettare sistemi hardware e software capaci di fornire prestazioni che sembrerebbero appartenere esclusivamente all’intelligenza umana. Rifacendosi alle teorie di Alan Turing, l’AI può essere definita come “la scienza di far fare ai computer cose che richiedono intelligenza quando vengono fatte dagli esseri umani”. Oggi l’intelligenza artificiale è diventata parte della vita quotidiana, consentendo alle macchine di eseguire vari compiti che un tempo erano prerogativa degli umani.
Le origini dell’Intelligenza Artificiale risalgono al XVII secolo quando filosofi come Leibniz, Thomas Hobbes e René Descartes esplorarono la possibilità che il pensiero razionale potesse essere sistematizzato come l’algebra o la geometria. Tuttavia, il “padre” del concetto nell’età moderna è considerato Alan Turing, che nel 1950 pubblicò “Computing Machinery and Intelligence” introducendo il “test di Turing”. Il termine “Artificial Intelligence” venne coniato ufficialmente il 31 agosto 1955 come titolo di un workshop organizzato da John McCarthy, Marvin Minsky, Nathaniel Rochester e Claude Shannon. Questo seminario, tenutosi nel 1956, è considerato la data di nascita ufficiale di questo campo di studio e sperimentazione.
L’Intelligenza Artificiale comprende diverse tecnologie chiave: il Natural Language Processing (NLP) che permette alle macchine di comprendere e generare linguaggio umano; il Speech Recognition per la trascrizione e trasformazione del parlato; i Virtual Agents come chatbot e assistenti virtuali; le piattaforme di Machine Learning che permettono ai computer di apprendere dai dati; l’AI-optimized Hardware specificamente progettato per calcoli AI; i sistemi di Decision Management che inseriscono regole logiche nei sistemi AI; le Deep Learning Platform basate su reti neurali artificiali; la Biometrica per interazioni naturali uomo-macchina; la Robotic Process Automation per automatizzare azioni umane; e il Text Analytics per comprendere strutture e significati dei testi.
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Mattia Lanzarone
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