La Cina coltiva l’immagine di potenza pacifica, ma nelle principali crisi degli ultimi anni ha esercitato influenza attraverso tecnologia, componenti dual use, sostegno economico e alleati. Un ruolo meno visibile del coinvolgimento diretto, ma centrale negli equilibri strategici globali. L’analisi di Alberto Pagani, docente a contratto di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna, esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva
04/08/2026
C’è un luogo comune che attraversa trasversalmente il dibattito pubblico occidentale, dai salotti televisivi alle aule universitarie: la Cina come potenza economica, pragmatica, tutta commerci e infrastrutture, strutturalmente aliena alla logica della guerra. Un gigante che non spara un colpo dal 1979 — l’ultimo conflitto diretto, contro il Vietnam — e che avrebbe scelto la via del “soft power” mentre l’Occidente si dilania in interventi militari falliti. È un’immagine rassicurante, comoda, e per questo pericolosa: perché è vera solo a metà, e la metà mancante è quella che conta di più.
È vero che l’Esercito Popolare di Liberazione non ha combattuto direttamente una guerra su vasta scala da oltre quattro decenni. Ma “non aver combattuto” non equivale a “non essere stati coinvolti”. Nelle ultime due grandi crisi che hanno ridisegnato l’ordine internazionale — l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra Usa-Israele contro l’Iran del 2026 — la Cina è stata tutt’altro che spettatrice. Ha scelto, sistematicamente, la via del coinvolgimento indiretto: attraverso il supporto tecnologico, i trasferimenti dual-use, l’intelligence satellitare e, nel caso nordcoreano, un proxy che ha mandato uomini a morire al posto suo. È la stessa logica di sempre, applicata con gli strumenti del ventunesimo secolo: la guerra per procura, camuffata da neutralità commerciale.
Il caso ucraino: l’80-90% delle componenti per l’industria bellica russa
Da quando la Russia ha lanciato l’invasione su vasta scala nel 2022, Pechino ha ufficialmente professato equidistanza, rifiutandosi di fornire “armi letali” e invocando il rispetto della sovranità ucraina in ogni comunicato diplomatico. Nei fatti, l’inviato Ue per le sanzioni David O’Sullivan ha stimato che nel 2025 la Cina fornisse circa l’80% delle componenti impiegate nella produzione bellica russa; per l’aprile 2026 Bloomberg calcolava che il 90% delle importazioni russe di tecnologia sanzionata utile alla produzione di armamenti transitasse da territorio cinese. A gennaio 2026 il Telegraph ha riportato che Pechino avrebbe fornito a Mosca tecnologia e apparecchiature avanzate per un valore di 10,3 miliardi di dollari, comprese macchine utensili specializzate per la costruzione delle testate del missile ipersonico Oreshnik. Funzionari occidentali interpellati da Fortune a inizio 2026 hanno definito la Cina il “facilitatore chiave” del conflitto, sostenendo che la guerra russa non potrebbe proseguire senza il flusso costante di componenti dual-use e minerali critici per la produzione di droni.
A questo si aggiunge un tassello ancora più diretto: la Corea del Nord. Pyongyang ha dispiegato tra i 14.000 e i 15.000 soldati sul fronte russo tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, oltre a migliaia di lavoratori e milioni di proiettili d’artiglieria e oltre 120 missili balistici. È la prima volta dalla guerra di Corea che truppe nordcoreane combattono su un fronte europeo. Ora, la Corea del Nord non è un satellite qualsiasi: è legata alla Cina dall’unico trattato di mutua difesa formale che Pechino abbia mai firmato prima di quello siglato da Mosca con Pyongyang nel 2024. Senza il sostentamento economico ed energetico cinese — che rappresenta la stragrande maggioranza del commercio estero nordcoreano — Kim Jong-un non avrebbe né le risorse né la copertura diplomatica per inviare un intero corpo di spedizione a morire nei campi ucraini. Definire questo “non coinvolgimento cinese” richiede un atto di fede più che un’analisi geopolitica.
Il caso iraniano: BeiDou, radar e la fabbrica dei missili
Se il caso ucraino si presta ancora a una lettura sfumata — la Cina non fornisce armi letali dirette, formalmente — quello iraniano è più scivoloso ancora per la retorica della “Cina pacifica”. Quando il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato la loro campagna aerea contro l’Iran, uccidendo buona parte del vertice militare e della leadership religiosa di Teheran, Pechino ha subito assunto in pubblico la posa del mediatore, chiedendo un cessate il fuoco e denunciando l’escalation. Nei fatti, secondo ricostruzioni convergenti di analisti ed esperti di intelligence, il sostegno tecnologico cinese a Teheran si è intensificato proprio a ridosso e durante il conflitto: sistemi radar YLC-8B e batterie di missili terra-aria a lungo raggio HQ-9B — l’equivalente cinese degli S-300/S-400 russi — sono stati forniti all’Iran, e a inizio 2026 Teheran ha ottenuto l’accesso al sistema satellitare BeiDou-3, colmando una vulnerabilità che nel precedente confronto del 2025 (la cosiddetta “guerra dei dodici giorni”) aveva esposto i missili e i droni iraniani al jamming GPS occidentale.
A marzo 2026 Pechino ha autorizzato la partenza di due navi, di proprietà di una società iraniana già sanzionata dagli Stati Uniti per il supporto al programma missilistico di Teheran, da un porto cinese specializzato nello stoccaggio chimico: il carico, secondo il Washington Post, era perclorato di sodio, un precursore chiave per il propellente solido dei missili balistici. Nello stesso periodo, secondo Reuters, Teheran stava definendo con Pechino l’acquisizione di missili antinave supersonici CM-302. Il primo ministro israeliano Netanyahu ha dichiarato pubblicamente che durante il conflitto la Cina ha fornito “un certo sostegno e componenti specifiche per la fabbricazione di missili” — accusa che il ministero degli Esteri cinese ha respinto come “priva di fondamento”. Nel frattempo Pechino ha invocato per la prima volta la propria “blocking rule” per impedire alle raffinerie cinesi indipendenti di sottostare alle sanzioni secondarie statunitensi legate all’acquisto di greggio iraniano — mantenendo così in vita, attraverso l’economia, l’unico canale di sopravvivenza finanziaria del regime sotto attacco.
Aggiungiamoci un dettaglio da manuale di intelligence: proprio le riserve energetiche strategiche accumulate dalla Cina durante il 14° Piano Quinquennale — superiori, secondo le stime, alla somma di quelle di Stati Uniti e Giappone — hanno permesso a Pechino di attraversare la chiusura dello Stretto di Hormuz senza scossoni economici significativi, mentre il 37% del petrolio che transitava per lo Stretto era diretto proprio in Cina. Non è un dettaglio marginale: significa che Pechino aveva, contemporaneamente, l’interesse economico a proteggere il proprio approvvigionamento e lo strumento — il sostegno tecnico-militare a Teheran — per farlo attraverso un attore terzo, senza mai schierare una nave da guerra.
Il bilancio della difesa: la cifra ufficiale è solo la punta dell’iceberg
Chi sostiene la tesi della Cina “pacifica” cita spesso, a riprova, la quota di Pil destinata alla difesa: ufficialmente sotto l’1,5%, una percentuale bassa se confrontata al 3,5% degli Stati Uniti o ai target Nato del 2% (in salita al 5% entro il…
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