«La plausibilità umana. Studi sull’angelo della letteratura», il nuovo libro del sociologo calabrese Ercole Giap Parini, prende forma in quella regione di confine nella quale sociologia e letteratura, senza rinunciare alla specificità dei rispettivi linguaggi, scoprono di essere attraversate da una medesima domanda: attraverso quali forme l’umano diventa conoscibile?
Edito da Orthotes, il volume è certamente uno studio sul rapporto, di lunga data e tutt’altro che pacificato, fra letteratura e scienze sociali; la sua ambizione, tuttavia, si spinge oltre la ricostruzione di una genealogia disciplinare, perché dentro quella relazione Parini cerca qualcosa che riguarda la nostra stessa possibilità di comprendere sentimenti, fragilità, memorie, conflitti e forme dell’esperienza che difficilmente si lasciano interamente contenere nelle categorie attraverso le quali le scienze ordinano il reale. In questa disposizione dello sguardo è possibile riconoscere anche una parentela con Marc Augé: la disciplina non come recinto entro il quale proteggere l’oggetto, quanto come posizione dalla quale muovere per tornare verso il mondo, lasciando che il quotidiano, l’esperienza e perfino ciò che sembra marginale acquistino una inattesa capacità conoscitiva.
Letteratura e sociologia condividono, del resto, una familiarità assai più antica di quanto la progressiva specializzazione dei saperi abbia lasciato credere. Si potrebbe persino sostenere, seguendo una delle suggestioni dalle quali muove Parini, che alle origini della sociologia vi sia un gesto eminentemente letterario: quello compiuto da Montesquieu nelle Lettere persiane, quando la finzione epistolare e lo sguardo dello straniero gli consentono di osservare la propria società da una distanza artificiale, rendendo improvvisamente estraneo ciò che la consuetudine aveva fatto apparire naturale. Prima ancora che un metodo si stabilizzi, compare dunque uno spostamento dello sguardo; e forse proprio qui si trova una delle intuizioni che percorrono sotterraneamente tutto il volume, poiché conoscere il sociale significa anche sottrarlo, almeno per un istante, all’evidenza con la quale si offre alla percezione ordinaria.
Muovendo da questo gesto, Parini ricostruisce la trama fittissima degli scambi, dei prestiti e delle reciproche incursioni mediante le quali la letteratura ha abitato la sociologia molto prima che quest’ultima fosse disposta ad ammetterlo apertamente. Il testo letterario può diventare fonte, repertorio di tipi sociali, risorsa linguistica capace di dare corpo a concetti altrimenti inerti; può soprattutto agire come elemento perturbatore, introducendo nella teoria ciò che il metodo, proprio per poter funzionare, aveva dovuto lasciare ai margini. È in tale capacità di mettere a soqquadro conoscenze già ordinate che la letteratura assume per il sociologo il suo valore più fecondo: non sostituisce l’indagine, ne incrina provvisoriamente le sicurezze affinché possano ricomporsi secondo configurazioni nuove.
Il volume si dispone coerentemente in due movimenti. La prima parte ricostruisce i modi plurali tramite i quali la letteratura ha attraversato il lavoro sociologico, seguendo un itinerario che conduce da Montesquieu a Marx, Weber, Simmel e Durkheim, fino alle riflessioni più recenti sulla sociologia della letteratura, sulla ricezione, sull’immaginazione e sulla natura relazionale del testo; la seconda porta tale ipotesi dentro una serie di incontri concreti con Cervantes, Pessoa, Perec, Pasolini, Borges, Dürrenmatt, Gospodinov, Joyce, Woolf e Sontag. Sarebbe riduttivo leggere questa scansione come il passaggio ordinato dalla teoria alle sue applicazioni, perché ciò che accade è più interessante: il metodo, dopo avere definito le proprie condizioni, accetta di esporsi all’esperienza di chi legge, fino a incorporarne memorie, associazioni, ferite e inattese risonanze.
Anche il sottotitolo, Studi sull’angelo della letteratura, non si lascia allora più leggere come una semplice concessione poetica. L’angelo è quello dell’Angelus Novus di Paul Klee che Walter Benjamin trasforma, attraverso il proprio sguardo, nell’angelo della storia. Nell’acquerello di Klee non sono già contenute tutte le cose che Benjamin vi riconosce; esse prendono forma nell’attrito fra l’opera, la coscienza che la osserva e il deposito storico dal quale quella coscienza proviene. Parini assume questa scena come paradigma del conoscere: le opere conservano sedimenti provenienti da altri tempi, mentre il loro significato non rimane immobile al momento della produzione e ricomincia ogni volta che un nuovo sguardo le attraversa. L’angelo diventa così, insieme, una teoria della lettura e una figura della conoscenza, perché procede verso il futuro continuando a interrogare ciò che viene da dietro.
C’è però, in La plausibilità umana, un’immagine molto più appartata, consegnata alla memoria dell’infanzia, che finisce per rivelare forse meglio di qualunque dichiarazione programmatica la struttura profonda del libro. È la linea di congiunzione fra la parete e il soffitto, osservata dal bambino malato che, sottratto alla distrazione operosa dei giorni ordinari, la immagina gravata dal peso dell’intera casa, appena incurvata e tuttavia resistente, attraversata da oscuri suoni di calce prodotti da uno sforzo destinato a protrarsi indefinitamente.
Parini non cerca, infatti, nella letteratura un repertorio più elegante di esempi destinati a rendere accessibile la teoria sociale. La questione è assai più radicale, perché la letteratura partecipa alla costituzione del mondo che pretende di rappresentare: consegna parole attraverso le quali sentimenti ancora informi diventano riconoscibili, stabilizza figure e comportamenti, rende pensabili posture esistenziali che una determinata società non possiede ancora gli strumenti per nominare, introduce nel campo del possibile forme dell’umano escluse dalle tassonomie mediante le quali ogni sapere, per conoscere, è inevitabilmente costretto a selezionare e semplificare. Le parole non arrivano sempre dopo l’esperienza per descriverla; talvolta la precedono, le preparano un luogo e ci insegnano perfino, con discreta coercizione, come sentirla.
È qui che il titolo acquista la propria densità. La «plausibilità umana» nomina il processo più inquietante attraverso il quale una figura remota, assurda, deforme o perfino mostruosa comincia a riverberare nella coscienza del lettore come una possibilità che lo riguarda, obbligandolo a rinegoziare il confine entro il quale aveva stabilito che cosa fosse umano e che cosa potesse esserne escluso.
Il plausibile, pertanto, non coincide con il realistico. La finzione può scostarsi dal mondo visibile e, attraverso quello scarto, renderne percepibili possibilità rimaste latenti; può sospendere la referenza ordinaria affinché il reale, sottratto per un momento alla propria apparente necessità, torni a mostrarsi come qualcosa che avrebbe potuto e potrebbe ancora essere altrimenti. La plausibilità diventa così una categoria più esigente della somiglianza, perché domanda alla letteratura di convincerci dell’umanità di ciò che non avevamo ancora saputo riconoscere.
È soprattutto nel Minotauro, tuttavia, che la ricerca della plausibilità umana raggiunge il proprio vertice: la creatura che la tradizione aveva consegnato alla mostruosità viene progressivamente sottratta…
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Federica Mollica e Battista Bruno
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