È ancora possibile risvegliare nei nostri politici un vero senso dello Stato, evitando quelle polarizzazioni che spesso sfociano in comportamenti da tifoseria da stadio? È la stessa, implicita domanda, di sostanza civica, che due Presidenti della Repubblica – Sergio Mattarella e Carlo Azeglio Ciampi – hanno posto in tempi e con espressioni differenti, ma identica urgenza. La riflessione del generale Massimo Panizzi

11/08/2026

Il 30 luglio il Presidente Sergio Mattarella ha ricevuto al Quirinale la stampa parlamentare per la tradizionale consegna del Ventaglio: un appuntamento che sui media è passato come semplice cronaca istituzionale, quando invece avrebbe dovuto generare una riflessione seria e profonda. Quel giorno, infatti, egli ha rivolto a tutte le forze politiche un messaggio che meriterebbe di essere esposto – quale “memento” – nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama, più che recensito nelle rassegne stampa del giorno dopo: quello di non perdere di vista i problemi reali della vita quotidiana degli Italiani, mettendo in guardia contro le tensioni che il calendario elettorale sta esacerbando e nei confronti di un modo di far politica segnato da un’aggressività verbale divenuta inaccettabile.

Non è la prima volta che un Capo dello Stato si pronuncia su questo tema. Ma ogni volta che ritiene di dover tornarci, offre la misura di quanto siamo ancora lontani dalla “maturità”. Stride – spiace dirlo – il fragore degli applausi che seguono “meccanicamente” i discorsi del nostro Presidente, con i comportamenti che ne seguono.

Il Parlamento, un’istituzione che rappresenta tutti, e in cui pochi si riconoscono

I numeri che ci giungono dal Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes non sono teneri. Mentre il Presidente della Repubblica raccoglie la fiducia del 61,8% degli italiani – un dato tra i più alti tra le Istituzioni censite – il Parlamento si ferma al 26,1%, vale a dire un cittadino su quattro. Ho riflettuto a lungo, su questo numero: l’Istituzione che per definizione dovrebbe rappresentare la proiezione più diretta del voto popolare è proprio quella in cui gli italiani si riconoscono meno!

Analizzando la serie storica dal 2013 al 2026, il punto più basso resta il quinquennio 2013-2017, con la sfiducia vicina al 90%; da allora qualcosa è migliorato, ma negli ultimi otto anni il dato si è comunque stabilizzato attorno a una sfiducia media del 62%. Non è, quindi, un “incidente di percorso”, piuttosto qualcosa di più radicato. Qui, molto probabilmente, troviamo la ragione per la quale la gente non va a votare: è una questione di fiducia.

Lo stesso Rapporto, infatti, lega questo scollamento a un fenomeno che conosciamo fin troppo bene: l’astensionismo, arrivato a livelli che quarant’anni fa sarebbero sembrati fantascienza. La spiegazione più “onesta” non è l’inconsapevolezza del valore del voto, al di là dei meccanismi interni delle (possibili) leggi elettorali. La verità è che molti, troppi cittadini hanno smesso di credere che il voto cambi qualcosa. Il Presidente Mattarella lo ha definito, con parole misurate, un fenomeno crescente che non riguarda soltanto la prossima scadenza elettorale, ma la tenuta stessa della partecipazione democratica. Ci chiediamo, allora, se questo non debba essere uno dei temi da inserire nell’agenda di un Parlamento.

Le folle di Le Bon, in aula

Quasi centotrent’anni fa Gustave Le Bon, nel suo celebre “Psicologia delle folle”, osservava che le assemblee – comprese quelle parlamentari – quando ragionano collettivamente, tendono a perdere ciò che caratterizza il ragionamento del singolo: si semplificano, si polarizzano e si lasciano trasportare dall’emotività più che dall’argomento. Le Bon lo scriveva del Parlamento francese di fine Ottocento, ma chi ha passato qualche pomeriggio a guardare un question time in diretta sa che l’osservazione è quanto mai attuale.

Non è un vizio nuovo, la litigiosità quasi da stadio delle nostre assemblee. Sembra, piuttosto, un tratto costante che, sommato ad una difficoltà tutta italiana nel pensare oltre la legislatura in corso, produce un effetto moltiplicatore. Chi scrive ha comandato uomini e donne per una parte consistente della vita, soprattutto tra le unità Alpine, e una cosa l’ha imparata sul campo, non sui libri: un reparto che litiga sulla precedenza di chi debba portare lo zaino più pesante non arriva in vetta. Ci arriva quello che si è messo d’accordo prima, magari litigando, ma su come dividersi il carico, non su chi ha ragione. In montagna il tempo stringe e il meteo non aspetta le beghe interne: o si decide insieme, o si resta sotto la tormenta. Mi sembra una metafora adatta a quello che chiediamo – e raramente otteniamo – alle nostre Camere.

Il Rapporto Eurispes lo dice a modo suo, parlando della ricostruzione industriale del dopoguerra: quella generazione non era più intelligente della nostra, era soltanto più disposta a sacrificare il presente per costruire il futuro. È esattamente la disposizione (mentale) che sembra mancare oggi, in Parlamento e fuori.

Il Parlamento sostituito dai talk show

I media, in questo, non sono spettatori innocenti, tutt’altro. Un titolo costruito sullo scontro vende meglio di una sintesi. Quasi ogni giorno osserviamo che una rissa in diretta buca lo schermo (e i social) ben più di un emendamento tecnico spiegato bene. Non tocca al giornalismo abbellire la politica. Però, la scelta sistematica di dare voce al litigio, invece che al merito, ha una sua parte di responsabilità nel far percepire un’aula parlamentare più simile a una piazza d’armi in disordine che a un luogo di governo. Aggiungo un’altra considerazione: il luogo dove la politica si racconta si è spostato dall’aula allo studio televisivo, ove il confronto tra le parti dura pochi minuti scanditi dalla pubblicità e la misura del successo non è la qualità dell’argomento ma la battuta che resta, le capacità di eloquio degli ospiti, o il videoclip che gira sui social il giorno dopo. Il Parlamento, in questo scambio, ha perso terreno: spesso, decisioni che contano sono annunciate in un salotto televisivo prima che in aula, e il dibattito pubblico si è progressivamente adattato ai tempi e ai codici del piccolo schermo invece di imporre i propri. Manca, soprattutto, un vero approfondimento sui contenuti.

Non è soltanto una mia impressione da osservatore dei media. Lo stesso Rapporto dell’Eurispes richiama, su questo punto, la lezione di Jürgen Habermas: la legittimità di un sistema politico dipende dalla qualità del dibattito pubblico che lo sostiene, non soltanto dalle procedure formali con cui si eleggono i rappresentanti. E osserva che quando quel dibattito si riduce a slogan, e i talk show e i social media prendono il posto delle sedi parlamentari come luogo reale del confronto, la democrazia si svuota progressivamente.

La conclusione a cui arriva il Rapporto, però, non è nostalgica. Non si tratta di rimpiangere i partiti di massa del secolo scorso, con le loro sezioni e le loro tessere. Si dovrebbero elaborare, invece, forme nuove di partecipazione capaci di integrare la rivoluzione digitale invece di subirla, senza però illudersi che basti “portare la democrazia sui social” per risolvere il problema, come se una diretta Instagram valesse una seduta di Commissione. La politica, scrive ancora il Rapporto, deve…


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