Il 5 settembre 1916 usciva a New York il film “Intolerance”, di David Wark Griffith. Fiasco commerciale, ma poi considerato un capolavoro del cinema. Il primo testo, non solo filmico, a parlare di “civiltà dell’amore”. Anticipava gli scritti di Paolo VI e di Papa Leone XIV. Una riflessione di Eusebio Ciccotti

05/09/2026

Quando Paolo VI introdusse l’espressione “civiltà dell’amore”, il mondo era segnato dalla Guerra fredda, dalla corsa agli armamenti, e da forti squilibri economici. In quel contesto, la Chiesa, indicava una via alternativa all’opposizione ideologica tra sistemi, immaginando un ordine sociale in cui giustizia e carità si intrecciano e l’amore diventa principio di organizzazione della vita economica, politica e culturale. Oggi dobbiamo recuperare con forza questa visione: la civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente”.

Così Papa Leone XIV, nella su Magnifica Humanitas, riporta al centro del dibattito attuale il concetto di “civiltà dell’amore”, espressione usata per la prima volta da Paolo VI nella breve omelia del Regina Caeli del 17 maggio 1970 (Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, San Paolo, 2026, p. 186).

Gli anni Sessanta al tempo di Paolo VI

Papa Paolo VI (pontificato 1963-1978) dovette affrontare i difficili anni Sessanta e Settanta. Dopo la fine della Guerra di Corea (1950-1953), si era accesa, nel 1955, la guerra in Vietnam che contrapponeva di nuovo i due blocchi ideologici, Est-Ovest. Gli Usa inviarono le prime truppe a partire dal 1965: il sanguinoso conflitto finirà nel 1975, con la caduta di Saigon.

Neanche 24 mesi prima di quel 17 maggio 1970 le truppe sovietiche avevano soffocato la “Primavera di Praga” di Alexander Dubček, con l’invasione del 21 agosto 1968.

In tutto il mondo occidentale, a partire dal 1967, esplode la contestazione studentesca nelle università e nelle scuole secondarie. Parallelamente i giovani, oltre contestare il sistema scolastico “servo” della borghesia, e i docenti “dittatori”, si oppongono anche alla idea di famiglia tradizionale, partendo dallo “strapotere” dei genitori, per poi rigettare in toto il sistema di “valori” occidentali. Per i giovani marxisti, e i loro maestri, la “democrazia” e la “libera economia” dell’Occidente sono in realtà responsabili delle differenze di classe.

Politicamente i giovani sognano, dunque, e come dargli torto, una società di cittadini uguali nei diritti, come scritto nelle diverse costituzioni democratiche, diritti spesso rimasti sulla carta. Invece, le società socialiste, ai loro occhi, sembrano aver realizzato tale progetto egualitario, dove tutti si possono amare.

Si passa così, in Occidente, dal mito del comunismo sovietico, che aveva affascinato diversi partigiani e comunisti occidentali nei primi anni del secondo dopoguerra, incrinatosi davanti ai carri armati a Budapest nel 1956, al neo-mito del comunismo cinese di Mao. Insomma, ogni ideologia propone una società dell’amore.

Anche le droghe entrano nella vita dei giovani, come “valore” di libertà; parimenti si abbraccia la “libertà sessuale”, espressione genuina dell’amore (senza considerare le gravidanze indesiderate e la diffusione delle malattie veneree). Questo desiderio di libertà degli anni Sessanta e Settanta, realizzava il concetto reale di una “società dell’amore”? Oggi il dibattito storico è ancora aperto.

L’Italia al tempo di Papa Paolo VI

In Italia, tra il 1968 e il 1970, si esaurisce l’ottimismo del boom economico, inizia la prima grande crisi. Si succedono le prime contestazioni e scioperi della classe operaia, che rivendica giustamente un adeguato salario e turni di lavoro non massacranti. La lotta politica però si radicalizza con scontri di piazza tra opposti estremismi. Poi, nel 1974, con la strage di Brescia, iniziano gli “anni di piombo”.

Paolo VI vive questi anni di forti tensioni sociali e cambiamenti nel costume; egli è attento al desiderio dei giovani per una società migliore.  Così, in quell’omelia del 17 giugno 1970, pronuncia l’espressione “civiltà dell’amore”. Una frase meditata a monte? Oppure gli esce quasi naturalmente, “ispirato”? È certo che egli sente il bisogno di ribadire, con fermezza, i valori della buona novella. Soprattutto il messaggio centrale: l’amore.

Intolerance (1916)

È il 5 giugno 1916, siamo in piena guerra mondiale. A New York, c’è grande attesa per la prima del film Intolerance. Il regista è David Wark Griffith, il più noto del cinema hollywoodiano. È colui che ha inventato “il romanzo al cinema”. L’anno precedente, aveva realizzato un lungometraggio di successo, The Birth of a Nation, il primo film celebrante la storia della nascita degli Stati Uniti d’America.

Ma parte della stampa, quella più attenta, aveva subito notato come The Birth of a Nation, pur innovativo sul versante del linguaggio filmico, fosse ampiamente “intollerante” e antidemocratico. Griffith, figlio di una famiglia del Sud impoverita dalla guerra, aveva scritto un film storicamente poco obiettivo. Esaltava i bianchi a discapito degli afroamericani, rendeva idilliaco il Sud con neri felici nel ruolo sociale di schiavi; giustificava il Klu Klux Klan nel punire i negri incompetenti nel gestire la nuova Amministrazione della ex Confederazione. Il film mostrava una vecchia fallace teoria: il Sud, nella guerra di Secessione, era stato “conquistato” dal Nord per meri interessi economici e non per spirito democratico. Infine, con i personaggi neri, recitati da bianchi con il volto dipinto, portava il razzismo anche sul set.

Dopo un anno, con Intolerance, cercava di riconciliarsi con il pubblico e la critica. Intolerance, completamente opposto nel messaggio a The Birth of a Nation, era una monumentale opera sulla intolleranza nei secoli, il cui sottotitolo recitava “La lotta dell’amore attraverso le epoche”. Fu un fiasco commerciale per la eccessiva lunghezza (oltre tre ore), e per l’uso del “montaggio in parallelo” (innovativo), intrecciante quattro storie di secoli diversi (difficile da seguire per il pubblico di allora). Il film, poi, sarà considerato tra i primi dieci capolavori del cinema mondiale.

L’amore secondo Griffith

Griffith racconta la lotta dell’amore contro l’intolleranza, l’odio, le guerre. Sceglie, come esempi, cinque periodi della Storia umana. Il primo è ambientato a Babilonia. Il principe Belshazzar e la sua principessa, hanno introdotto il culto della dea dell’Amore, Isthar. Il tracotante e perfido Sommo Sacerdote di Bel, temendo di perdere il potere, tradisce il Principe e si allea con Ciro, causando la caduta di Babilonia.  Il secondo episodio è la storia di Cristo, condotto alla croce dai dottori, scribi e farisei, invidiosi fino all’odio per via delle folle che lo seguono.

Terzo episodio: la strage degli Ugonotti in Francia nel 1572, con la morte di una giovane coppia di fidanzati protestanti ad opera di un prepotente soldato cattolico. Ultimo episodio, la vicenda della “Piccola Cara”, una giovane mamma, di ambientazione contemporanea: qui il “Bravo ragazzo”, suo marito, ingiustamente accusato di omicidio e in procinto di essere impiccato, verrà salvato in extremis.

Intolerance portava nel cinema i temi della misericordia, della verità, della giustizia. Inoltre, per la per la prima volta nella storia del cinema mondiale,…


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 Eusebio Ciccotti

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