L’Agenzia delle Entrate permette anche ai cittadini residenti in Paesi UE o provenienti da Paesi extra UE di aprire una nuova attività in Italia, ma come funziona l’apertura della partita VA per stranieri? Il procedimento, i requisiti richiesti e i documenti necessari variano in funzione del Paese di appartenenza e della tipologia di attività che si intende svolgere in Italia. Per non commettere errori è consigliabile affidarsi a un commercialista per avviare la pratica, scegliere il codice ATECO più adatto alla propria attività e il regime fiscale corretto. Tra i primi documenti richiesti ci saranno il codice fiscale e, per i cittadini extra-UE che si trovano in Italia, il titolo di soggiorno che consente di svolgere l’attività.
C’è però un primo aspetto da chiarire. Come spiega Kristina Larkina, international tax advisor e commercialista, a Partitaiva.it: “La partita IVA è una posizione fiscale, non un’autorizzazione a lavorare in Italia”. Per questo, soprattutto nel caso dei cittadini extra-UE, è necessario verificare prima il diritto a soggiornare e svolgere quella specifica attività e solo successivamente occuparsi degli adempimenti fiscali.
Come aprire una partita IVA per stranieri
I cittadini stranieri che hanno intenzione di avviare una nuova attività in Italia devono regolarizzare la propria posizione fiscale. La procedura e gli adempimenti cambiano in base alla tipologia di attività e alla situazione del soggetto.
La partita IVA è associata al proprio codice fiscale, mentre l’attività svolta viene identificata dal codice ATECO, proprio come avviene per qualsiasi attività professionale o economica svolta in modo abituale. Prima dell’apertura, tuttavia, è necessario verificare anche gli eventuali requisiti legati al soggiorno, alle autorizzazioni e all’attività professionale.
La procedura cambia in funzione della tipologia di attività che si intende aprire:
- per i liberi professionisti o freelance si può procedere, nei casi previsti, con la dichiarazione di inizio attività ai fini IVA, utilizzando il modello AA9/12;
- per i commercianti e gli artigiani, invece, la procedura è più complessa e richiede ulteriori adempimenti, tra cui quelli relativi al Registro delle Imprese della Camera di Commercio, alla posizione previdenziale e alle eventuali autorizzazioni necessarie per lo svolgimento dell’attività.
Come sottolinea Kristina Larkina, “un professionista, un commerciante e un artigiano possono avere adempimenti differenti: non cambiano soltanto il codice ATECO e il regime fiscale, ma anche la posizione previdenziale, l’eventuale iscrizione al Registro delle Imprese, le autorizzazioni e gli altri obblighi collegati alla specifica attività”. Per uno straniero, quindi, la partita IVA è spesso l’ultimo passaggio dell’analisi, non il primo.
Regime fiscale
Una volta chiarita la posizione del contribuente e avviata la procedura per l’apertura della partita IVA, è necessario individuare il regime fiscale applicabile.
Tra le possibilità c’è il regime forfettario, pensato per determinate attività di dimensioni ridotte e caratterizzato da semplificazioni fiscali e contabili. L’imposta sostitutiva ordinaria è del 15%, mentre per le nuove attività può essere prevista un’aliquota del 5% per il periodo stabilito dalla legge, se sono rispettate tutte le condizioni richieste. L’accesso al forfettario, però, non dipende dalla cittadinanza e non è automatico per chi apre una nuova partita IVA. Come spiega Kristina Larkina, “aprire una nuova partita IVA, non significa automaticamente avere diritto al 5%”.
Per gli stranieri non residenti è inoltre necessario verificare con particolare attenzione i requisiti di accesso al regime. La normativa prevede infatti una specifica limitazione per i non residenti, con un’eccezione per determinati residenti UE o SEE che producono in Italia almeno il 75% del reddito complessivamente prodotto, sempre in presenza degli altri requisiti previsti.
In base all’attività svolta e al relativo codice ATECO si determina il trattamento fiscale applicabile. Nel regime forfettario, in particolare, il reddito imponibile viene determinato applicando al fatturato il coefficiente di redditività previsto per la specifica attività.
Contributi previdenziali
Anche la previdenza cambia in funzione dell’attività svolta. Per le professioni regolamentate da un Albo può essere prevista l’iscrizione alla relativa cassa professionale, mentre per altre attività professionali può trovare applicazione la Gestione separata INPS. Artigiani e commercianti sono invece soggetti alle specifiche regole previdenziali previste per le rispettive categorie.
Nei casi internazionali bisogna inoltre verificare se la persona è già coperta dalla previdenza di un altro Paese e quali regole di coordinamento siano applicabili.
Una distinzione importante riguarda i cittadini UE e SEE, e quelli extra-UE che hanno intenzione di aprire una partita IVA in Italia. “La differenza principale non è fiscale: riguarda innanzitutto il diritto di vivere e lavorare in Italia”, spiega la dottoressa Larkina.
I cittadini dell’Unione europea possono generalmente svolgere un’attività autonoma in Italia grazie alla libertà di circolazione e di stabilimento, senza dover ottenere un permesso di lavoro. Restano naturalmente da verificare gli adempimenti legati al soggiorno, all’eventuale iscrizione anagrafica e, nel caso di professioni regolamentate, al riconoscimento delle qualifiche professionali.
Per i cittadini extra-UE, invece, prima ancora di scegliere il codice ATECO o il regime fiscale bisogna verificare con quale titolo sia possibile soggiornare e lavorare in Italia. Se la persona deve entrare in Italia proprio per avviare un’attività autonoma, possono essere necessarie le procedure previste dalla normativa sull’immigrazione.
Quali permessi di soggiorno consentono di lavorare in proprio?
Non è necessario, in ogni caso, possedere esclusivamente un permesso di soggiorno per lavoro autonomo. Come spiega la dottoressa Larkina, diversi titoli possono consentire a un cittadino extra-UE di svolgere un’attività autonoma, tra cui, a determinate condizioni, il permesso per motivi familiari, il permesso UE per soggiornanti di lungo periodo, il permesso per lavoro subordinato e diversi titoli collegati alla protezione.
“Anche il permesso per studio può essere compatibile con lo svolgimento di un’attività autonoma quando sono rispettati i requisiti previsti per quella specifica attività. Il limite delle 20 ore settimanali e delle 1.040 ore annue riguarda invece il lavoro subordinato”, chiarisce l’esperta.
Esistono inoltre situazioni specifiche, come quella dei nomadi digitali extra-UE, per i quali la normativa italiana distingue il nomade digitale che svolge un’attività di lavoro autonomo altamente qualificata utilizzando strumenti tecnologici dal lavoratore da remoto che opera nell’ambito di un rapporto di lavoro o collaborazione.
Al contrario, esistono titoli che non consentono di lavorare in Italia, come il soggiorno per turismo. La verifica deve quindi essere effettuata sul titolo concretamente posseduto e sulla specifica attività che si intende svolgere.
I requisiti sostanziali per aprire partita IVA per stranieri
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Laura Pellegrini
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