AGI – Donald Byrne avrebbe potuto arrendersi molto prima. La posizione sulla scacchiera era ormai disperata e, per un giocatore della sua esperienza, continuare non aveva più molto senso. Il maestro americano, però, decise di andare avanti per lasciare al ragazzino seduto di fronte a lui la soddisfazione di dare scacco matto. Così continuò, mossa dopo mossa, nonostante non avesse speranze di ribaltare la partita, fino a quando l’avversario non sistemò una torre sulla seconda traversa, mettendo definitivamente fine alla partita. L’aneddoto, chissà quanto romanzato, è raccontato da un suo allievo, Dan Heisman, e divenne uno degli elementi di contorno più evocativi di quella che poi fu chiamata “la partita del secolo”. Una partita giocata esattamente 70 anni fa.
Il ragazzo che si meritò “di dare scacco matto” si chiamava Robert James Fischer, per tutti Bobby. Aveva appena tredici anni, sette mesi e otto giorni. Byrne ne aveva il doppio ed era uno dei più forti giocatori americani del tempo. Tre anni prima aveva vinto gli US Open e, negli anni successivi, avrebbe difeso i colori della bandiera americana in diverse Olimpiadi. I due si affrontarono il 17 ottobre 1956 al Marshall Chess Club di New York, nel cuore del Greenwich Village, durante il torneo per il trofeo Rosenwald, uno dei tornei più prestigiosi del tempo. Fischer non era ancora Fischer, nonostante avesse già alzato diversi trofei giovanili. Ma da quel giorno, da quella vittoria magistrale, non si fermò più, iniziando la scalata che lo avrebbe portato a dominare il gioco. Quella vittoria, in un contesto particolare, cambiò tutto. Per Fischer, per Byrne e per il gioco.
La combinazione che stupì il mondo degli scacchi
Nel 1956 gli scacchi, a New York, erano una cosa seria. Le partite di alto livello possedevano qualcosa di mistico e nelle sale, tra errori imperdonabili e sacrifici ambiziosi, il pubblico seguiva con fermento e partecipazione. Anche intorno alla scacchiera di Fischer e Byrne, l’atmosfera si scaldò con il passare del tempo e delle mosse. Dopo circa cinque ore di gioco, ormai intorno alla mezzanotte, secondo la ricostruzione del biografo Frank Brady, Fischer annichilì anche il più esperto intenditore del gioco. Un sacrificio di Donna, alla diciassettesima mossa, lasciò tutti a bocca aperta, e portò al completamento di una delle combinazioni più spettacolari della storia degli scacchi. Il pezzo più potente della scacchiera veniva lasciato in pasto a un alfiere per scatenare un attacco irresistibile contro il re avversario. Alla quarantunesima mossa, con l’ultima mossa di torre, arrivò lo scacco matto.
Nessuno, quella sera, poteva immaginare che il ragazzino di Brooklyn, spesso malvestito, silenzioso ma così sicuro di sé, sarebbe diventato sedici anni più tardi campione del mondo, battendo il sovietico Boris Spassky in una sfida destinata a entrare nella storia dello sport e della politica mondiale. E pochi avrebbero immaginato che il nome di Donald Byrne sarebbe rimasto legato per sempre a quella sconfitta, nonostante una carriera di alto livello, anche da istruttore e teorico.
Il Marshall Chess Club
Per molti, invece, non fu un caso che una partita del genere venisse giocata in un luogo dall’atmosfera così magica. Il Marshall Chess Club occupava, e occupa ancora, un edificio al numero 23 della West 10th Street, nel cuore del Greenwich Village. Il palazzo fu costruito nel 1832 e dal 1931 ospita uno dei più importanti circoli scacchistici americani. Pannelli di legno alle pareti, camini, tende di velluto e, come racconta Brady, tavoli di quercia illuminati da lampade di ottone. Da quelle stanze erano passati campioni come José Raúl Capablanca e Aleksandr Alekhine, e a pochi passi dal club abitava Marcel Duchamp, l’artista francese che agli scacchi aveva dedicato una parte importante della propria vita.
Il torneo Rosenwald
Bobby Fischer, invece, era ancora un solitario adolescente di Brooklyn. E al circolo si presentava in maglietta e scarpe da ginnastica, motivo per cui veniva costantemente rimproverato dagli organizzatori. Ma il ragazzo aveva altre preoccupazioni. Nel luglio del 1956 aveva vinto il campionato americano juniores, diventando il più giovane campione nazionale di categoria. Era un risultato importante, ma il torneo di ottobre rappresentava qualcosa di completamente diverso. Il Lessing J. Rosenwald Trophy riuniva dodici giocatori, molti dei quali appartenevano all’élite degli scacchi statunitensi, rigorosamente a invito. C’erano Samuel Reshevsky, uno dei nomi più importanti del panorama mondiale, e Arthur Bisguier, campione americano in carica. Il parterre era quello delle grandi occasioni e per un 13enne, seppur dotato di grande talento, la pressione doveva essere altissima.
Fischer era stato invitato soprattutto per quanto aveva dimostrato durante l’estate ma nessuno lo aveva preso davvero in considerazione come candidato alla vittoria. Ed ebbero ragione perché le cose non andarono particolarmente bene. Concluse il torneo con 4,5 punti su 11, all’ottavo posto ex aequo su dodici. Un risultato rispettabile per un tredicenne, ma lontanissimo dalla testa della classifica e dal podio. Reshevsky vinse con nove punti mentre Donald Byrne si fermò a 5,5, poco sopra Bobby. Oggi, però, nessuno si ricorda di quel piazzamento. Una sola partita, “la partita del secolo”, bastò a cambiare la narrazione di quell’evento facendo scomparire tutto il resto.
Gli inizi a Brooklyn
La passione di Fischer per gli scacchi era iniziata sette anni prima, quando sua sorella maggiore Joan aveva portato a casa una scacchiera che era costata appena un dollaro. Bobby aveva sei anni e imparò le regole insieme alla sorella che però, molto presto, perse interesse. Bobby continuò e quando non aveva nessuno con cui giocare, si sedeva dalla parte dei Bianchi e poi passava a quella dei Neri. In seguito incontrò Carmine Nigro, presidente del Brooklyn Chess Club, che cominciò a seguirlo ed entrò in contatto con Jack Collins, un maestro che accoglieva giovani talenti nella propria abitazione di Brooklyn. Collins aveva una vasta biblioteca scacchistica e dedicava molte ore allo studio delle partite con i suoi allievi. In poco tempo, Fischer, che divorava ogni volume, cominciò a ottenere risultati che attirarono l’attenzione dei giocatori più esperti. La sua vittoria al campionato juniores fu il momento più alto di quella fase di crescita ma la sua carriera, mentre si sedeva davanti al suo avversario per giocare quella partita, era ancora tutta da costruire.
Chi era Donald Byrne
David Byrne era nato a New York il 12 giugno 1930 ed era cresciuto insieme al fratello maggiore Robert, futuro grande maestro e per molti anni firma della rubrica di scacchi del New York Times. A sedici anni Donald era già abbastanza forte da qualificarsi per il campionato americano assoluto e nel 1953 vinse gli US Open. L’anno dopo sconfisse il campione sovietico Yuri Averbakh. Brady lo descrive come un uomo elegante, mai di fretta, con una sigaretta tra le dita rivolta verso l’alto in direzione opposta agli occhi, sempre fissi sui pezzi. Fischer, che aveva studiato le sue partite, sapeva benissimo quanto fosse difficile batterlo.
Il match tra Fischer e Byrne
Il 17 ottobre 1956 Regina Fischer accompagnò per l’ennesima volta il figlio al Marshall Chess Club. Il torneo era quasi finito, mancavano solo pochi turni. Bobby arrivò alla scacchiera consapevole di star giocando al…
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