La nuova strategia di sicurezza di Ottawa è un’occasione per l’Unione e per l’Italia. Ma copiarne la reticenza sulle minacce sarebbe, per l’Europa, un suicidio politico. Ecco perché secondo Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna ed esperto di intelligence e guerra cognitiva

30/10/2026

La casa a prova di fuoco ha preso fuoco

Nel 1924, davanti all’Assemblea della Società delle Nazioni, il senatore canadese Raoul Dandurand spiegò perché il suo Paese non sentiva il bisogno di impegni di sicurezza collettiva: “Viviamo in una casa a prova di fuoco, lontana da materiali infiammabili”. Per un secolo quella frase ha riassunto la condizione strategica del Canada. Due oceani, i ghiacci artici e un vicino potente e amico rendevano superfluo pensare la difesa in termini autonomi. Il Plan for a Stronger Canada, presentato da Mark Carney il 29 ottobre, ne è il certificato di morte. È la prima strategia di sicurezza nazionale canadese dal 2004, quando il governo di Paul Martin pubblicò Securing an Open Society[1]. Dice senza giri di parole che la convinzione che geografia, interconnessione e ordine basato sulle regole potessero sostituire la capacità sovrana di proteggersi “non è più sostenibile”. E aggiunge che ciò che un tempo era una forza, l’integrazione profonda con gli altri Paesi, è diventato una vulnerabilità[2].

Da Davos a Ottawa: la dottrina della rottura

Il piano traduce in dottrina di governo il discorso che Carney pronunciò al World Economic Forum di Davos il 20 gennaio 2026. “Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione”, disse allora, spiegando che le grandi potenze usano ormai l’integrazione economica come un’arma, i dazi come leva e le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare, e che le medie potenze devono agire insieme, perché chi non siede al tavolo finisce nel menù[3]. Non nominò mai Trump, ma nessuno ebbe dubbi sul destinatario. Il documento riprende la stessa diagnosi: l’ordine che proteggeva il Canada “si è rotto”, e la linea che separava sicurezza economica e sicurezza nazionale, come recita il comunicato di accompagnamento, “è scomparsa”.

La sovranità come sistema di capacità

Il piano si apre “deliberatamente” con la sicurezza economica e individua otto “capacità strategiche”: tecnologie emergenti, minerali critici, difesa, energia, trasporti, farmaceutica e biotecnologie, sicurezza alimentare, sistemi di pagamento e investimento. Esse poggiano su cinque fondamenta: sicurezza economica, politica estera, difesa, sicurezza pubblica e intelligence. Il criterio è chiaro: costruire in patria ciò che si può, cercare partner dove le capacità sono complementari, economie di scala dove si sovrappongono. È un’impostazione coerente con la formazione di Carney, banchiere centrale prima che politico, e ha il merito di trattare la sicurezza come proprietà dell’intero sistema Paese. Ma lascia aperte due tensioni. Una strategia che promette “priorità chiare” e poi elenca otto settori e cinque pilastri e finisce per abbracciare quasi tutta l’azione di governo. E il Buy Canadian convive a fatica con la diversificazione degli scambi, la stessa contraddizione che conosce l’Europa quando invoca insieme autonomia strategica e libero commercio.

Un documento che nomina un solo Paese

La caratteristica più eloquente del piano, tuttavia, è ciò che tace. Non nomina la Russia, la Cina o l’Iran. Non nomina i Pasdaran, che pure Ottawa ha inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche nel 2024, e non tratta il terrorismo come categoria autonoma[4]. L’unico Stato citato esplicitamente sono gli Stati Uniti[5], con cui il Canada vuole una relazione “cooperativa e lucida”, fondata su “rispetto reciproco, sovranità nazionale e responsabilità condivisa per la sicurezza del Nord America”. La formula arriva subito dopo la proclamazione della sovranità canadese “prima di tutto e sopra ogni cosa”, in un momento in cui la guerra commerciale con Washington si inasprisce e la Casa Bianca continua a evocare il Canada come cinquantunesimo Stato. Il comunicato del Primo ministro, poi, indica tra le nuove minacce la trasformazione degli accordi commerciali in armi, con evidente riferimento ai dazi americani[6].

Il paradosso è evidente: il documento nomina l’alleato da cui il Canada cerca di affrancarsi e tace sugli avversari da cui l’Occidente intero si difende.

Le tre ragioni di un silenzio

Non si tratta di ingenuità, ma di calcolo, con almeno tre ragioni. La prima è la dipendenza. Il Canada condivide con gli Stati Uniti il Norad, accede attraverso Washington al cuore dei Five Eyes e destina al mercato americano circa tre quarti delle esportazioni: non può trattare da avversario chi ne garantisce difesa aerea, informazione strategica e prosperità.

La seconda è il margine di manovra. Nel gennaio 2026 Carney ha concluso a Pechino un’intesa che apre il mercato a 49.000 veicoli elettrici cinesi l’anno con un dazio del 6,1 per cento, in cambio di concessioni sulla colza[7]. Nominare la Cina come minaccia avrebbe contraddetto quella scelta; il silenzio su tutti permette di parlare con tutti.

La terza è metodologica. Come ha osservato Wesley Wark, il piano rinuncia alla mappatura delle minacce che caratterizzava il documento del 2004 per concentrarsi sulle capacità[8], secondo la logica della pianificazione per capacità che il Pentagono introdusse con la Quadrennial Defense Review del 2001: quando non si sa da dove arriverà il colpo, ci si prepara a reggerne qualunque.

Il prezzo è alto. Un’opinione pubblica priva di una gerarchia esplicita dei pericoli fatica a capire perché debba accettare sacrifici, e il documento finisce per contraddirsi: promette di essere “trasparente” con i canadesi “sulla gravità delle minacce”, ma non si vede come lo si possa fare senza nominarle.

La difesa: numeri ambiziosi, nodi irrisolti

Il piano rivendica il raggiungimento del 2 per cento del Pil nel 2025-2026 e indica la traiettoria verso il 5 per cento Nato entro il 2035, che secondo gli impegni dell’Aia comprende 3,5 punti di difesa in senso stretto e 1,5 di spesa collegata alla sicurezza. Più significativo dei numeri è il mutamento di missione: alle Forze armate viene assegnato un compito “chiaro e centrale”, la difesa del Canada e dei suoi interessi, a partire dall’Artico. È un ritorno alla difesa del territorio per un Paese che aveva costruito la propria identità militare sulle missioni di pace. Il nodo resta il sistema di acquisizione, lento e rigido: aumentare i fondi senza riformarlo significa accumulare residui, non capacità, un avvertimento che vale parola per parola anche per l’Europa.

Un piano di piani

Chi cerchi stanziamenti, indicatori o scadenze resterà deluso. Ogni capitolo operativo si apre con la formula “il governo produrrà un piano per”, e le sole scadenze sono la riforma legislativa entro un anno, una revisione dell’apparato di sicurezza e l’aggiornamento quadriennale della strategia; l’opposizione conservatrice ha liquidato il testo come privo di sostanza. C’è poi un limite strutturale: minerali critici ed energia, le risorse su cui si fonda il valore strategico del Canada, sono in larga misura di competenza provinciale, e ogni nuova miniera passa per l’obbligo costituzionale di consultare i popoli indigeni. La…


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