Scalapay è l’esempio di una realtà innovativa “apolide”, nel senso che , nel suo caso, non è importante il luogo di nascita, quanto la capacità di cavalcare un trend emergente. Grazie anche al respiro internazionale.
La società fondata nel 2019 da Simone Mancini e Johnny Mitrevski è ormai lontana dalla fase iniziale. A fine 2025 dichiarava oltre 11 milioni di utenti e più di 10mila brand partner. Nello stesso anno ha ottenuto dalla Banca europea per gli investimenti un finanziamento Scale-Up Debt da 70 milioni di euro. È il ritratto di una scaleup che ha trovato una posizione forte nell’Europa meridionale, ma anche di un’intera industria arrivata alla maturità dopo l’euforia del Buy Now Pay Later (BNPL), il “compra ora, paga dopo”.
Raccontare Scalapay significa perciò seguire tre storie insieme. La prima è quella di due imprenditori cresciuti nel mercato australiano, dove i pagamenti dilazionati digitali si erano diffusi prima che in Europa. La seconda riguarda una startup capace di raccogliere capitali internazionali in quantità allora inconsuete per l’ecosistema italiano. La terza è la trasformazione del BNPL: da leva commerciale quasi invisibile nel checkout a forma di credito che, dal novembre 2026, sarà sottoposta a tutele europee più stringenti.
Senza dimenticare la querelle nata negli ambienti dell’innovazione a proposito del suo essere “unicorno” italiano: può questa società, così difficile da “geolocalizzare”, essere annoverata tra le startup del nostro Paese che hanno superato il milione di dollari di valutazione?
Vediamo di rispondere a tutte le domande.
Prima di Scalapay: l’Australia, l’ecommerce e i carrelli abbandonati
La biografia di Simone Mancini aiuta a spiegare perché Scalapay sia difficile da racchiudere entro un’unica nazionalità. Nato a Empoli, si trasferisce a tre anni a Darwin con i genitori, missionari laici cattolici coinvolti in un programma internazionale. Cresce e studia in Australia, si laurea nel 2009 alla Charles Darwin University e svolge lavori in settori diversi, dall’edilizia alla difesa. Poi comincia a fare impresa.
Con Johnny Mitrevski, australiano figlio di immigrati macedoni, avvia nel 2015 EatTonight, marketplace per il cibo preparato in casa, e Sweetly, piattaforma dedicata ai decoratori di torte. Si interessa anche ai trasferimenti di denaro via app e gestisce attività di ecommerce. È qui che nasce il problema destinato a diventare Scalapay: molti clienti arrivano fino all’ultima fase dell’acquisto e poi abbandonano il carrello.
In Australia la soluzione è già visibile. Servizi come Afterpay hanno abituato i consumatori a dividere in poche rate, normalmente senza interessi, acquisti di importo contenuto. Per il merchant il vantaggio non consiste semplicemente nell’offrire credito: la dilazione riduce l’attrito al checkout, può aumentare il tasso di conversione e tende ad alzare il valore medio dell’ordine. Mancini e Mitrevski comprendono che quel modello può attecchire in un mercato europeo ancora poco presidiato.
Come Mancini ha raccontato a EconomyUp nel 2021, l’obiettivo iniziale non era replicare il finanziamento rateale bancario. I due volevano costruire uno strumento commerciale per moda, cosmetica e casa, percepito dal consumatore come parte dell’esperienza d’acquisto. La distinzione è decisiva: Scalapay nasce guardando prima alle metriche del retailer e poi al prodotto finanziario, anche se il rischio di credito resta al centro della macchina.
Perché Milano e perché Dublino
La scelta di partire dall’Italia non dipende soltanto dalle origini di Mancini. Milano offre l’accesso a moda e lusso, settori nei quali identità del brand, desiderabilità del prodotto e frequenza d’acquisto creano un terreno favorevole alla rateizzazione breve. Scalapay prende forma nell’agosto 2019 e trova i primi clienti proprio in questo ecosistema. Ai due fondatori si affiancano nelle fasi iniziali Raffaele Terrone, Daniele Tessari e Mirco Mattevi.
La società sviluppa integrazioni per piattaforme di ecommerce e sistemi di cassa. Il consumatore seleziona Scalapay al checkout, paga la prima quota e riceve subito il bene; le rate successive vengono addebitate automaticamente. Il merchant riceve il corrispettivo, al netto della commissione, senza dover gestire direttamente incassi futuri e insolvenze. Scalapay monetizza principalmente la relazione con l’esercente, che paga per una combinazione di pagamento, finanziamento, gestione del rischio e incremento atteso delle vendite.
Milano è il centro operativo e commerciale, ma la capogruppo viene stabilita a Dublino. Mancini ha spiegato che molti investitori, basati nel Regno Unito e negli Stati Uniti, conoscevano il diritto irlandese e si sentivano più sicuri a investire in quella giurisdizione. La vicenda ha alimentato la discussione sull’“italianità” di Scalapay: founder italiano, attività e occupazione importanti a Milano, struttura societaria internazionale e capitale in larga parte estero.
La definizione di “unicorno italiano” coglie quindi soltanto una parte della realtà. Scalapay è piuttosto una dual company europea, nata dall’incrocio tra esperienza australiana, mercato italiano, veicolo irlandese e venture capital globale. È anche un caso esemplare del limite dell’ecosistema nazionale: sa generare imprenditori e competenze, ma fatica a offrire da solo il capitale e l’architettura necessari per scalare rapidamente.
La pandemia e l’accelerazione del Buy Now Pay Later
Scalapay arriva sul mercato pochi mesi prima del Covid-19. La pandemia spinge milioni di persone verso l’ecommerce e rende più attraente distribuire una spesa su più mensilità. Nel 2020 e nel 2021 il BNPL diventa una delle categorie più finanziate del fintech mondiale. Klarna, Afterpay e Affirm conquistano valutazioni elevate; retailer e piattaforme cercano strumenti capaci di sostenere le conversioni in un momento in cui il negozio digitale diventa centrale.
Per Scalapay la crescita è rapida. Nel 2021 dichiarava 3mila merchant in nove Paesi europei e oltre 150 persone nel team. La società sosteneva che, presso i clienti, la quota di transazioni gestite fosse passata dal 5-10% iniziale al 15-20%, con percentuali superiori nel fashion e nel lusso. Sono dati aziendali e non misure indipendenti, ma spiegano ciò che gli investitori vedevano: un servizio con adozione crescente in una nicchia nella quale Milano offriva relazioni e credibilità commerciale.
La moda svolge una funzione che va oltre il primo mercato. Marchi e retailer rendono Scalapay visibile al consumatore; la sponsorizzazione della Milano Fashion Week nel triennio 2021-2023 rafforza l’associazione con lo shopping, invece che con il prestito. Intanto l’offerta si allarga: pagamento in tre o quattro rate, saldo dopo 14 giorni, utilizzo online e nei negozi, quindi l’ingresso nel travel.
Questa impostazione contiene però una tensione che accompagnerà tutta la crescita. Presentare il servizio come esperienza di shopping riduce l’attrito, ma può anche attenuare la percezione che ogni rata sia un impegno finanziario. Nel 2021 Mancini rispondeva alle critiche ricordando che l’acquisto medio sulla piattaforma era di 110 euro. L’importo ridotto limita l’esposizione per singola operazione, ma non elimina il rischio che un consumatore accumuli più piani contemporaneamente presso operatori diversi.
I round: da Fasanara a Tiger Global e Tencent
La…
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Luciana Maci
Source link


