Non è un capriccio semantico. È il segnale di una trasformazione dottrinale che si compie sotto i nostri occhi. L’attuale politica estera americana non è una rottura aberrante con la tradizione statunitense. È la sua più recente, e forse più coerente, reincarnazione.
La frontiera come cosmologia
L’eccezionalismo americano nasce come teologia, nel 1620, quando i Puritani attraversano l’Atlantico convinti di fondare una nuova Gerusalemme. Ci vuole il giornalista John O’Sullivan, nel 1845, per convertirla in strumento geopolitico: il Manifest Destiny, il destino manifesto degli Stati Uniti di espandersi verso Ovest, civilizzare il continente, portare l’ordine dove regna il caos.
La frontiera, in questo sistema di rappresentazioni, non è semplicemente una linea geografica. È la separazione tra il civilizzato e il selvaggio, tra ciò che è americano e ciò che lo diventerà. È il dispositivo che trasforma un’aspirazione in programma politico.
C’è però una tensione che la Costituzione porta dentro sin dall’inizio. L’articolo IV, sezione 3, distingue tra states e territories: i territori acquisiti non sono automaticamente parte dell’Unione, e ai loro abitanti non spettano i pieni diritti costituzionali. I Padri Fondatori lasciarono questa ambiguità aperta. L’imperialismo di fine Ottocento la usò.
Fin dalle origini della colonizzazione inglese convivono due modelli antagonisti. La Pennsylvania quacchera del 1682 – pacifista, diffidente verso le guerre altrui, isolazionista. E la Georgia del 1732 – organizzata come una successione di presidi militari, ogni villaggio un campo trincerato, come i limitanei del basso Impero romano. Questi due antagonisti non si sono mai risolti. Sono diventati il motore dialettico della storia americana.
Dall’oceano all’impero
Quando la frontiera raggiunge il Pacifico, l’identità americana va in crisi. La barriera perennemente mobile si infrange contro l’oceano. Ma la dottrina è abbastanza elastica da sopravvivere: se non si può più espandersi verso Ovest, si espande verso il Sud e verso il mondo.
La guerra ispano-americana del 1898 è il momento della svolta. Con la conquista delle Filippine, di Cuba e di Porto Rico, il Destino Manifesto abbandona il continente e si proietta nello spazio globale. Il senatore Beveridge lo dice senza mezzi termini: Dio ha fatto degli americani i principali organizzatori del mondo.
Ma dentro gli Stati Uniti si apre una lacerazione. Come si può governare un popolo straniero, negargli la cittadinanza, e al tempo stesso proclamarsi la nazione fondata sul principio che tutti gli uomini sono creati uguali? Mark Twain, Andrew Carnegie, l’ex presidente Cleveland e la Anti-Imperialist League obiettano che la democrazia non si esporta a colpi di cannone. La Corte Suprema risolve il paradosso con la dottrina degli Insular Cases: i territori acquisiti non sono automaticamente nell’Unione, la Costituzione non segue la bandiera. Una soluzione di comodo, che permette di avere l’impero senza ammettere di averlo. Le Filippine otterranno l’indipendenza solo nel 1946, dopo mezzo secolo di dominio americano e una guerra anticoloniale costata centinaia di migliaia di vite.
Non è un caso che nel luglio del 1899, a Omaha, apra la Greater America Exposition: una fiera dedicata a esibire i nuovi possedimenti coloniali – Cuba, Hawaii, le Filippine, Porto Rico – a un pubblico di americani desiderosi di vedere cosa avevano guadagnato. Ottocentoquarantacinquemila visitatori. Il presidente McKinley aveva espresso il suo sostegno personale. L’impero come parco tematico.
La mappa dimenticata del 1940
C’è un capitolo raramente citato nelle ricostruzioni della politica estera trumpiana, eppure la sua risonanza con il presente è quasi vertiginosa. Negli anni Trenta, mentre la Grande Depressione metteva in discussione le fondamenta del capitalismo liberale, un movimento chiamato Technocracy Inc. – fondato dall’ingegnere Howard Scott nel 1933 – elaborò un programma radicale: critica del sistema monetario, governo tecnocratico non eletto, e una dottrina geopolitica precisa.
Il programma si chiamava Technate of America. Avrebbe compreso gli Stati Uniti, il Canada, il Messico, l’America Centrale, i Caraibi e la fascia settentrionale del Sud America fino all’equatore. Dietro una catena di basi di difesa periferiche, quest’area sarebbe stata autosufficiente e impenetrabile, senza bisogno di coinvolgersi nelle guerre europee o asiatiche. Non per pacifismo: per autarchia strategica. I membri di Technocracy Inc. portavano una divisa – giacca doppiopetto, camicia grigia, cravatta blu – guidavano auto verniciate di grigio e si salutavano con un gesto formale. L’infatuazione per l’estetica fascista era evidente.
Mappa pieghevole allegata alla rivista ufficiale di Technocracy Inc. (luglio 1940). In rosso il perimetro della Technate proposta; i simboli circolari indicano le Defense Bases periferiche. Copyright 1940, Technocracy Inc.
La mappa è stupefacente. Il perimetro – tracciato in rosso – si estende dalla Groenlandia fino all’Ecuador, dall’Alaska ai Caraibi, includendo Venezuela settentrionale, Colombia e le Guiane. Le basi difensive periferiche punteggiano i confini: Attu nelle Aleutine, Pago Pago, Cape Farewell in Nuova Scozia, Georgetown nella Guyana. Chiunque abbia ascoltato il discorso di Hegseth del 5 marzo 2026, con la sua definizione della Greater North America come perimetro di sicurezza immediato dalla Groenlandia all’Ecuador, avrà l’impressione di guardare la stessa mappa. Ottantasei anni di distanza. La geografia è quasi identica.
La convergenza non è il prodotto di un’influenza diretta. È qualcosa di più profondo: la riemersione di una logica geopolitica radicata nella geografia fisica del continente americano, che torna periodicamente a galla nei momenti di crisi sistemica. La Grande Depressione aveva generato la Technate; la crisi del multilateralismo liberale e l’ascesa della Cina generano la Greater North America. La risposta alla crisi è la stessa: chiudersi nell’emisfero, erigere un perimetro, costruire un’area autarchica. L’isolazionismo americano non è una patologia: è una risposta ricorrente alla complessità globale.
La California e la frontiera immateriale
C’è un’altra genealogia da seguire, parallela a quella geopolitica. È la linea culturale. La California, ultima fermata della frontiera storica, diventa nella seconda metà del Novecento lo spazio di sedimentazione del temperamento americano nella sua forma più pura: irrequietezza, mobilità, inventiva come strategia di sopravvivenza, culto dell’individuo. Quando la frontiera geografica si chiude, essa si converte in metafora di una frontiera immateriale e permanente: lo spirito di innovazione come sostituto dello spazio fisico da conquistare.
La Silicon Valley nasce da questa mitologia. Non nella versione romantica del garage e dell’idealismo anarcoide, ma come fusione tra sperimentazione tecnologica e capitale finanziario. Quello che Richard Barbrook e Andy Cameron hanno chiamato nel 1995 ideologia californiana: un amalgama di radicalismo tecnologico, iper-libertarismo economico e residui controculturali che ha prodotto una nuova classe dominante, capace non solo di controllare i mezzi di produzione ma di plasmare la conoscenza.
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La tecnodestra americana – Elon Musk, Peter Thiel, Marc Andreessen, JD Vance – non è…
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Salvatore Santangelo
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