La storia delle relazioni sino-americane suggerisce che, quando Pechino e Washington cercano di capire quale delle due parti desideri maggiormente l’accordo, Taiwan è spesso il terreno sul quale quella risposta diventa visibile per prima. L’analisi del prof. Enrico Fardella sul vertice tra Trump e Xi

25/09/2026

La lettura prevalente offerta dai media occidentali del vertice tra Donald Trump e Xi Jinping è riassunta efficacemente dal Financial Times: “pomp prevails over substance” (“la pompa prevale sulla sostanza”). Grande enfasi protocollare, dunque, ma risultati relativamente modesti. L’esito economico più concreto è l’estensione fino al 10 gennaio 2027 della tregua commerciale, mentre restano aperti quasi tutti i dossier più complessi: dazi, acquisti agricoli cinesi, terre rare e controlli statunitensi sulle tecnologie avanzate. Non è stato raggiunto un accordo significativo sui semiconduttori; sull’intelligenza artificiale si è arrivati soprattutto a un impegno a proseguire il dialogo sulla gestione dei rischi; né sono emerse nuove intese sostanziali su Taiwan. Il vertice ha quindi soprattutto allungato i tempi del negoziato senza sciogliere i nodi fondamentali della competizione economica. Pechino conserva la leva delle terre rare; Washington quella dei dazi e dei controlli tecnologici.

Vista da Pechino, tuttavia, la visita assume un significato quasi opposto. Il risultato principale non sarebbe tanto il deal (“accordo”), quanto il framework (“cornice strategica”) che dovrebbe governare la relazione. Xi insiste sulla formula concordata a maggio di una “relazione sino-americana costruttiva di stabilità strategica”, definita nel resoconto ufficiale cinese attraverso quattro concetti: 合作为主、竞争有度、分歧可控、和平可期 — cooperazione come orientamento prevalente, competizione entro limiti, divergenze controllabili e pace prevedibile. La formula non presuppone affatto la fine della rivalità. Xi parla anzi esplicitamente di una competizione che possa produrre benefici reciproci e lascia intendere che Stati Uniti e Cina possano continuare a competere senza trasformare ogni terreno di confronto in uno scontro a somma zero. L’obiettivo di Pechino è piuttosto ricondurre quella competizione entro confini politici condivisi e istituzionalizzarla attraverso canali economici, diplomatici, militari e, sempre più, attraverso il dialogo sull’intelligenza artificiale.

In questa prospettiva, anche la straordinaria accoglienza riservata a Xi a Washington assume un valore politico. Essa può essere incorporata nella narrativa cinese come la dimostrazione che, dopo anni di tariffe, controlli tecnologici e strategie di de-risking (“riduzione dei rischi e delle dipendenze”), gli Stati Uniti devono comunque riconoscere la Cina come un interlocutore strategico paritario, che non può essere né isolato né costretto ad accettare unilateralmente le condizioni americane.

Questa interpretazione emerge chiaramente anche nel dibattito degli studiosi cinesi. Wu Xinbo, direttore del Center for American Studies della Fudan University, ha sostenuto alla vigilia del vertice che la stabilizzazione non deriverebbe da un mutamento ideologico della politica americana, ma dall’esperienza accumulata nel confronto degli ultimi anni: Washington avrebbe compreso che la pressione unilaterale produce costi anche per gli Stati Uniti e che Pechino dispone ormai di strumenti efficaci di risposta. Wu descrive il nuovo equilibrio economico come “tit for tat” (“colpo su colpo”): se gli Stati Uniti impongono un costo, la Cina è in grado di reagire; se Washington vuole ottenere qualcosa attraverso il negoziato, deve essere pronta a offrire qualcosa in cambio. Le terre rare sono uno degli strumenti che, nella percezione cinese, hanno contribuito maggiormente a modificare questo equilibrio.

La conclusione che una parte dell’establishment cinese sembra trarne è rilevante: la stabilità non sarebbe il prodotto di una Cina costretta ad adattarsi alla pressione americana, bensì di una Washington che avrebbe progressivamente riconosciuto i limiti della propria capacità coercitiva. A questa percezione di maggiore forza si aggiunge un secondo elemento: la vulnerabilità politica interna di Trump. Lo stesso Wu Xinbo osserva che, alla vigilia delle elezioni di midterm (“metà mandato”), Trump può considerare una visita di Xi accompagnata da risultati economici visibili come un elemento capace di “aggiungergli punti” sul piano politico.

Pechino, in questa prospettiva, non ha necessariamente bisogno di offrire un unico grande accordo. Può calibrare una serie di concessioni molto visibili negli Stati Uniti ma relativamente poco costose sul piano strategico per la Cina. Maggiori acquisti di soia significano miliardi di dollari facilmente comunicabili negli Stati agricoli; nuovi ordini Boeing significano esportazioni e posti di lavoro; una maggiore disponibilità di terre rare riduce le pressioni sull’industria americana; nuove misure sui precursori del fentanyl consentono alla Casa Bianca di rivendicare un risultato immediatamente comprensibile agli elettori. Poco prima del vertice Pechino ha, non a caso, ampliato i controlli su alcuni precursori chimici e rafforzato le linee guida contro i reati collegati al fentanyl.

La logica cinese potrebbe quindi consistere nel fornire a Trump risultati misurabili sul piano economico e politico senza rinunciare alle principali leve strategiche, cercando in cambio qualcosa di più duraturo. Xi lo ha suggerito quasi esplicitamente prima ancora di arrivare a Washington, sostenendo che la “grande rinascita della nazione cinese” e il Make America Great Again (“rendere di nuovo grande l’America”) possano procedere parallelamente e persino favorirsi reciprocamente. Questo non significa che Pechino voglia determinare l’esito delle elezioni americane. Significa piuttosto che gli analisti cinesi sembrano leggere con grande attenzione il calendario politico statunitense e individuano nella necessità di Trump di produrre risultati visibili prima di novembre una fonte di leva negoziale per Xi.

Ed è qui che si arriva a Taiwan, da sempre una cartina di tornasole dei rapporti tra Cina e Stati Uniti. Quando uno dei due attori è relativamente più desideroso di raggiungere un accordo con l’altra parte, la sua maggiore disponibilità al compromesso tende spesso a manifestarsi proprio sul dossier taiwanese. All’inizio degli anni Settanta, nel momento in cui Richard Nixon cercava contemporaneamente una via d’uscita dal Vietnam e un nuovo equilibrio strategico nei confronti dell’Unione Sovietica, furono gli Stati Uniti a muoversi maggiormente. Nel Comunicato di Shanghai del 1972 Washington prese atto della posizione secondo cui tutti i cinesi su entrambe le sponde dello Stretto ritenevano esistesse una sola Cina e Taiwan ne facesse parte, dichiarando di non contestare quella posizione. Gli Stati Uniti indicarono inoltre come obiettivo finale il ritiro delle proprie forze e installazioni militari da Taiwan. Nixon fece sapere ai leader cinesi di non sostenere l’indipendenza dell’isola. Non si trattava ancora del riconoscimento diplomatico della Repubblica Popolare, che sarebbe arrivato nel 1979, ma era già un cambiamento sostanziale rispetto alla precedente politica americana.

Alla fine degli anni Settanta la relazione negoziale si…


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