Nel 2006 davanti al Congresso degli Stati Uniti parlò di sei miliardi di persone nella povertà, di una «fortissima pressione migratoria» e della necessità di portare i Paesi più poveri verso il benessere. In Italia voleva pensioni minime a mille euro. Vent’anni dopo figli, amici ed eredi politici continuano a richiamarsi a Silvio Berlusconi. Ma quanto è rimasto della sua idea di una politica capace di combattere le disuguaglianze e guardare avanti di venticinque anni?
Quelle parole pronunciate vent’anni fa
«Da una parte ci saranno quindi 6 miliardi di esseri umani che vivranno in condizioni di povertà e dall’altra parte meno di 2 miliardi di uomini che vivranno nel benessere. Si svilupperà inevitabilmente una fortissima pressione migratoria».
È il 1° marzo del 2006 e Silvio Berlusconi, fondatore di Forza Italia e allora presidente del Consiglio, sta parlando davanti al Congresso degli Stati Uniti. Alla Casa Bianca c’è George W. Bush, presidente repubblicano degli Stati Uniti dal 2001 al 2009, la Libia è ancora governata da Muammar Gheddafi, al potere nel Paese nordafricano dal 1969, la Siria non conosce ancora la guerra civile, le Primavere arabe devono ancora cominciare e l’Europa non ha attraversato la grande crisi migratoria che, meno di dieci anni dopo, avrebbe cambiato governi, alimentato nuove forze politiche e trasformato il controllo delle frontiere in una delle questioni centrali del continente.
Berlusconi sta parlando del mondo dei successivi venticinque anni e lo fa partendo dalle proiezioni delle Nazioni Unite: «Le previsioni delle Nazioni Unite ci dicono che nei prossimi 25 anni avremo un ulteriore aumento della popolazione di 2 miliardi di persone», concentrate prevalentemente, osserva, nei Paesi esclusi dal benessere. È da quella sproporzione che fa discendere la previsione della pressione migratoria.
Riascoltate nel 2026, quelle parole impressionano, ma trasformarle nella profezia di un uomo capace di indovinare il futuro sarebbe il modo più semplice per impoverire il suo ragionamento. Berlusconi non aveva previsto guerre, rivoluzioni e crisi che sarebbero venute e avrebbe commesso, come tutti i protagonisti della sua generazione, errori importanti nella lettura di altri scenari internazionali; aveva però individuato una frattura destinata ad allargarsi e aveva capito che la disuguaglianza non rimane ferma, perché quando una parte del pianeta vive nel benessere e un’altra ne rimane esclusa, quella distanza prima o poi si trasforma in movimento di persone, tensione sociale, instabilità politica.
Il problema non erano soltanto i migranti, era la povertà
È il passaggio successivo del discorso a rendere più interessante il video, soprattutto oggi che una parte considerevole della politica europea sembra cominciare a occuparsi dell’immigrazione quando il migrante è già arrivato davanti alla frontiera.
Berlusconi dice: «Per evitare che questo avvenga e ancor di più, che la fame e la disperazione possano generare odio ed essere strumentalizzate dal fondamentalismo non c’è altra soluzione che quella di far uscire questi Paesi dalla miseria e avviarli verso il benessere». Poi aggiunge poche parole che spiegano meglio di molte ricostruzioni successive quale fosse la sua concezione del problema: «È un nostro dovere morale ma è anche un nostro interesse vitale».
L’«interesse vitale» è forse la parte più moderna del ragionamento, perché Berlusconi non chiedeva all’Occidente di diventare improvvisamente altruista e non apparteneva certamente a una cultura politica che guardasse con sospetto alla ricchezza; al contrario, credeva nell’impresa, nel mercato, nella proprietà e nel benessere, e proprio per questo riteneva che il problema fosse allargare il numero delle persone che potessero accedervi. Combattere la miseria nei Paesi più poveri significava quindi aiutare loro, ma anche proteggere noi, perché nessuna società può pensare di vivere indefinitamente tranquilla circondata da società nelle quali milioni di giovani non riescono a immaginare un futuro.
Indicava anche la sua soluzione: «Tutti i nostri sforzi devono quindi essere indirizzati a far crescere in questi Paesi istituzioni che garantiscano il buon governo, lo Stato di diritto, il rispetto dei diritti umani e un’economia di libero mercato». Era la fiducia occidentale dei primi anni Duemila nella possibilità di diffondere democrazia e mercato, una convinzione che Iraq, Afghanistan, Libia e il fallimento di molte speranze delle Primavere arabe avrebbero costretto a rivedere profondamente; ma una ricetta rivelatasi molto più complicata del previsto non cancella la domanda che l’aveva generata, perché vent’anni dopo continuiamo a discutere di come fermare chi parte molto più di quanto discutiamo di come creare le condizioni perché abbia una ragione per restare.
Dai sei miliardi di poveri ai mille euro di pensione
C’è però un altro Berlusconi che aiuta a comprendere quello di Washington, ed è il Berlusconi della politica italiana, perché la convinzione che il benessere dovesse essere allargato e che una società non potesse considerarsi prospera lasciando una parte dei propri cittadini con troppo poco attraversò, con tutte le contraddizioni del caso, anche la sua proposta interna.
Nel 2001 l’aumento delle pensioni minime a un milione di lire entrò nel celebre “Contratto con gli italiani”; la misura fu poi introdotta con requisiti anagrafici e reddituali che ne limitarono la platea rispetto alla formulazione generale della promessa. Più di vent’anni dopo, durante la campagna elettorale del 2022, Berlusconi, ormai ottantacinquenne e ancora presidente di Forza Italia, tornò sullo stesso terreno: «Nel nostro programma c’è l’aumento delle pensioni, tutte le nostre pensioni, ad almeno 1.000 euro al mese per 13 mensilità», sostenendo che bisognasse garantire agli anziani, e in particolare alle donne che avevano lavorato per una vita, «una vecchiaia serena e dignitosa».
Sono naturalmente due problemi molto diversi, la povertà globale e il reddito degli anziani italiani, e sovrapporli sarebbe una forzatura; ma dentro entrambi si riconosce una convinzione berlusconiana molto semplice: il benessere non andava combattuto, andava esteso. È una visione liberale e ottimistica della società, discutibile nei risultati e spesso più generosa negli obiettivi dichiarati che nelle possibilità concrete di realizzarli, ma sufficientemente riconoscibile da consentire, oggi, di porre una domanda a chi è venuto dopo.
Gli amici sono rimasti. E gli eredi?
Perché è a questo punto che il video smette di essere un articolo su Berlusconi.
Silvio Berlusconi ha lasciato molti amici, una famiglia che ne custodisce il nome, un partito che continua a richiamarsi esplicitamente al fondatore e un numero difficilmente calcolabile di uomini e donne della politica che possono raccontare una telefonata, una cena, una visita ad Arcore, una candidatura decisa insieme, una confidenza, una fotografia. È naturale che sia così per un uomo che ha occupato il centro della vita italiana per quasi trent’anni; meno naturale sarebbe confondere la vicinanza personale con l’eredità politica, perché essere stati amici di Berlusconi significa averlo conosciuto, essere suoi eredi dovrebbe significare aver capito che cosa voleva fare della politica.
La domanda riguarda innanzitutto i figli. Marina Berlusconi, primogenita…
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