Ogni volta che si discute di industria della difesa, il confronto scivola rapidamente su un piano moralistico: produrre armi sarebbe, di per sé, un atto che alimenta la guerra. Le guerre non nascono dalle catene di montaggio, bensì dalle decisioni di leadership politiche revansciste, di regimi autoritari o di movimenti fanatici che scelgono la violenza come strumento di affermazione. Confondere la causa con lo strumento è un errore analitico che produce politiche sbagliate. L’analisi di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna ed esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva
22/09/2026
Nel dibattito pubblico italiano il tema della produzione militare continua a essere affrontato con una lente ideologica che ne impedisce una lettura razionale. Ogni volta che si discute di industria della difesa, il confronto scivola rapidamente su un piano moralistico: produrre armi sarebbe, di per sé, un atto che alimenta la guerra. Quindi, seguendo questo ragionamento, un Paese che, per essere più pacifico, azzerasse la propria capacità produttiva bellica, ne uscirebbe, quasi per automatismo etico, e meno esposto ai conflitti. È una tesi bizzarra, perché priva di fondamento logico, storico ed empirico. Le guerre non nascono dalle catene di montaggio, bensì dalle decisioni di leadership politiche revansciste, di regimi autoritari o di movimenti fanatici che scelgono la violenza come strumento di affermazione. Confondere la causa con lo strumento è un errore analitico che produce politiche sbagliate.
Nessuno sosterrebbe seriamente che la persona più vulnerabile ed indifesa, priva di qualunque capacità di reazione, sia per questo meno esposta alla prevaricazione dei bulli o dei delinquenti; al contrario, la vulnerabilità è spesso proprio ciò che più attira l’aggressione, non ciò che la scoraggia. Lo stesso vale per gli Stati. La capacità di deterrenza – che presuppone una base industriale autonoma, capace di sostenere lo sforzo bellico anche in condizioni di isolamento logistico – non è un fattore di instabilità, ma una precondizione della sicurezza. Un Paese che dipende integralmente da forniture estere per armamenti, munizionamento e componentistica critica non “dimostra” pacifismo: dimostra fragilità, e la fragilità, nelle relazioni internazionali, è quasi sempre un moltiplicatore di rischio, non un suo riduttore.
Che cosa si intende per sicurezza nazionale
Per sicurezza nazionale non si deve intendere unicamente la difesa dei confini da un’aggressione militare, ma la capacità complessiva di uno Stato di garantire la continuità delle proprie funzioni essenziali – istituzionali, economiche, sanitarie, alimentari, energetiche – anche in condizioni di crisi grave o prolungata, senza dipendere in modo vitale dalla benevolenza o dall’affidabilità di attori esterni. È, in altre parole, la condizione che permette a un Paese di continuare a esistere come comunità politica autonoma, capace di autodeterminarsi, quando le circostanze diventano avverse. Proprio per questo la sicurezza nazionale precede, logicamente e praticamente, ogni altro diritto: senza di essa non vi è alcuna garanzia stabile di salute pubblica, di libertà economica, di istruzione o di qualunque altro bene collettivo, perché tutti questi diritti presuppongono l’esistenza di uno Stato in condizione di funzionare. È per questo che garantire la sicurezza nazionale non è un’opzione politica tra le altre, ma il primo dovere di chi detiene responsabilità di governo: chi guida un Paese senza mettere in condizione i cittadini di essere protetti dalle conseguenze di una crisi sistemica viene meno al mandato più elementare che gli è stato affidato. Questo ragionamento vale per l’Italia, ma non può essere circoscritto ai suoi confini: nessun singolo Paese europeo, per dimensione industriale e per costi, può realisticamente possedere in autonomia l’intera gamma delle filiere strategiche. Ma se è ragionevole che le singole capacità produttive si distribuiscano tra i Paesi membri, non è altrettanto accettabile che l’Unione Europea nel suo complesso resti priva di autosufficienza in settori vitali: quando l’Europa, come sistema, dipende da fornitori esterni per beni essenziali, è l’intera cittadinanza europea a essere esposta a un rischio che le singole politiche nazionali, da sole, non possono correggere.
La pandemia da Covid-19 ha offerto un banco di prova involontario ma istruttivo di questa logica, applicata a un dominio apparentemente lontano da quello militare. L’Italia e l’Europa si sono trovate, nella primavera del 2020, prive della capacità di produrre autonomamente mascherine, disinfettanti, principi attivi farmaceutici di base e persino respiratori polmonari, avendo delocalizzato per decenni intere filiere produttive in nome dell’efficienza dei costi. Il risultato è stato un’esposizione sistemica che nessuna pianificazione economica ordinaria aveva previsto, perché il criterio di valutazione dominante – il prezzo unitario – ignorava sistematicamente la variabile della resilienza in condizioni di crisi. È lo stesso errore concettuale che oggi porta parte del dibattito politico a considerare irrilevante, se non dannosa, l’autonomia produttiva nel comparto della difesa.
Il caso delle armi leggere e del munizionamento
Se si osserva la filiera strategica della sicurezza nazionale nel suo complesso, il comparto delle armi leggere e del munizionamento occupa una posizione peculiare: è, insieme, l’ultimo anello della deterrenza e il primo della prontezza operativa. A differenza dei grandi sistemi d’arma – aerei da combattimento, unità navali, sistemi missilistici – che richiedono anni di programmazione industriale e la cui produzione può essere pianificata con largo anticipo, le armi leggere e le munizioni sono beni a consumo rapidissimo in qualsiasi scenario di crisi prolungata. Il conflitto in Ucraina lo ha reso evidente in modo brutale: gli eserciti moderni, anche i più tecnologicamente avanzati, continuano a dipendere in misura schiacciante da milioni di colpi di artiglieria e munizionamento di piccolo calibro, il cui esaurimento può paralizzare un intero fronte in poche settimane, indipendentemente dalla superiorità tecnologica dei sistemi d’arma di livello superiore.
Il collo di bottiglia più critico di questa filiera non è, come si potrebbe pensare, un singolo passaggio, ma l’intera catena di processi che la compongono, ciascuno indispensabile quanto gli altri. Vi è anzitutto la componente chimica: polveri da sparo propellenti, inneschi, composti nitrati la cui produzione richiede impianti specializzati, spesso concentrati in un numero limitato di siti a livello globale. Vi è la componente metallurgica: l’accesso ad acciai balistici speciali e a leghe ad alta resistenza, indispensabili per la produzione di canne e meccanismi di scatto affidabili, non è meno strategico dell’accesso ai semiconduttori. Vi è la componente elettronica: ottiche di precisione, visori notturni e sistemi di puntamento integrati legano ormai indissolubilmente questa filiera, apparentemente la più “tradizionale” tra quelle strategiche, alla catena globale della microelettronica avanzata. E vi è, infine, la fabbricazione vera e propria: gli stabilimenti che trasformano precursori chimici, acciai e componenti elettronici in armi e munizioni…
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Alberto Pagani
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