«La musica è un esercizio nascosto di aritmetica fatto da un
animo che non sa di contare». Lo scriveva Leibniz in una
lettera a Goldbach, nel 1712. Chi lavora ogni giorno con norme,
codici e procedure conosce il rischio opposto: contare, applicare,
eseguire, senza più accorgersene. Abituarsi, fino
a farne un automatismo: non chiedersi più a che
cosa serva la regola e a quale realtà venga applicata.
Questo automatismo, che ogni tecnico professionista riconosce, è
il filo che lega tre brani di «Sotto la Cenere»,
il mio album musicale di dieci canzoni in rock d’autore, uscito il
18 settembre e pubblicato come Pietro F Nicolai.
Non è un caso: la mia professione mi ha stimolato a riflettere
sulla società, oltre che sulla
tecnica, e ho espresso queste riflessioni in
musica. Per me le canzoni sono una forma diversa di
comunicazione. Da qui nasce anche questo articolo, che
non vuole essere una promozione del disco,
ma un ulteriore gesto divulgativo, che si
aggiunge a quelli che faccio abitualmente con gli articoli scritti
e che trovano da tempo ospitalità su questo sito.
Si presenta in tre forme, ciascuna raccontata da un brano:
- la dimensione collettiva, in «Sveglia Europa»:
il continente che un apparato normativo invasivo e soffocante
omologa e annichilisce; - la condizione personale, in «Sonnambuli»:
l’uomo contemporaneo, che vive anestetizzato; - il rapporto con il sapere, in «Scientista»: la
ricerca scientifica che diventa dogma.
In ciascun brano la musica è la traduzione scenica del
testo, e tutto il suono è stato curato per dargli risalto.
Per questo ho scelto il rock: per me era l’unica musica in grado di
dare voce ai testi e ai messaggi che volevo trasmettere. Consente
di passare dalla tensione trattenuta all’esplosione, dal riff
pesante alla voce nuda: ciò che dovevo dire chiedeva insieme la
forza di un grido, che sveglia, e la tenuta di un sussurro, che
resta.
«Sveglia Europa» allarga lo sguardo alla
dimensione collettiva. Da un’esortazione in latino, sospesa su un
fondo di solennità antica, all’esplosione rock: un inno
all’Europa dei popoli, contro
l’omologazione che cancella lingue, volti e
radici. Il sogno europeo, nato dalle macerie della guerra come
«un’Europa di popoli liberi, ognuno col suo volto», si è
rovesciato in una omologazione normativa rigida e capillare:
«Una norma per ogni cosa, una misura per ogni vita». La
risposta non è nostalgia, ma un’altra idea di
unità: «non la somma che schiaccia, ma l’incontro che
moltiplica».
«Sonnambuli» è il cuore dell’album, a metà del
disco: l’uomo che vive addormentato pur restando in
piedi. Il brano è cantato in italiano da una voce maschile
bassa e graffiante, ed è attraversato da brevi inserti in inglese
affidati a una voce femminile, morbida e ammaliante, che
rappresenta la voce del sistema tecnologico
anestetizzante: «Everything is available. Nothing is
yours» (Tutto è disponibile. Niente è tuo); poi, con una
progressione calcolata: «Please choose. All options are the
same» (Scegli pure. Le opzioni sono tutte uguali);
«Update yourself. The old version is not
supported» (Aggiornati. La vecchia versione
non è supportata). È proprio quel tono ammaliante a
inquietare, fino alla chiusura sussurrata come una cantilena che
culla il sonno: «Do not wake up. Everything is fine.
Sleep» (Non svegliarti. Va tutto bene. Dormi). L’immagine
centrale è quella dell’uomo in una condizione simile a quella dei
batteri, che il testo riassume così:
«Come batteri quieti nel tepore
di un ventre,
scambiamo per firmamento la parete che ci chiude.
Piove un nutrimento dolce a orari già decisi,
e chiamiamo scelta nostra la corrente che ci porta»
«Sonnambuli» trova un’eco nel primo brano del disco,
«Calibro Zero», che ne è il rovescio: lì l’uomo
non dorme, se ne accorge. Sa di aver ceduto i
propri dati («Ho spuntato accetto senza leggere niente»),
sente un sistema che lo scandaglia e lo assorbe, e si ribella:
«Non rientro nei conti!». È l’annichilimento
dell’uomo, sempre più asservito ai sistemi tecnologici; ma
una cosa il sistema non riesce a catturare, la
coscienza, l’unico aspetto irriducibile: «un
pezzo di ferro che non si converte».
«Scientista» è il brano che più si avvicina
alla nostra professione. Il titolo non va frainteso: non è contro
la scienza, ma contro lo scientismo, cioè
l’atteggiamento di chi ha fatto della scienza un dogma e
«confonde ciò che sa con tutto quello che si può sapere».
Per chi, come noi, lavora ogni giorno con modelli di calcolo,
parametri e coefficienti, il punto è familiare: un modello è uno
strumento prezioso finché se ne conoscono i
limiti, e diventa dogma quando si dimentica che è un
modello, e come tale sempre implementabile e perfettibile. Così la
scienza smette di essere tale quando preclude
nuove possibilità, scambiando i limiti dei nostri sensi per i
confini del reale. Rinuncia così a quello sforzo di elaborazione
filosofica e di ricerca che va oltre e che ci porta a
elevarci come specie umana.
Il brano è scandito da un countdown («Ten, nine,
eight…»), come quello che precede un lancio spaziale, ma
velocissimo: rappresenta la nostra regressione
accelerata. Arriva a zero e il “razzo” non parte: la corsa
non porta da nessuna parte, e rimane solo da chiedersi dove stiamo
andando. Poi il conto riparte in avanti, «One, two,
three…», di nuovo in accelerazione: è l’urgenza di
un’inversione di direzione, di ritornare a ciò che
ci rende umani, a un sapere di socratica memoria. Lungo il percorso
passano Pitagora, Plotino e Giordano Bruno, bruciato per aver
guardato troppo in alto; e al centro sta il bridge, nel solco di
Socrate: «cercare senza premio, sapere di non sapere, è la sola
scienza degna».
Un’apparente contraddizione, e la risposta
C’è un’obiezione legittima, e conviene affrontarla subito: nel
disco analizzo gli algoritmi e metto in guardia dai loro
eccessi, come da una scienza trasformata in dogma;
eppure, per realizzarlo, ho usato
l’intelligenza artificiale. Premetto però che i
testi li ho scritti io, di mio pugno, dalla prima all’ultima
parola, e sono regolarmente depositati a tutela del
diritto d’autore.
L’ho fatto, e credo sia coerente con ciò che siamo abituati a
fare noi ingegneri: non possiamo ignorare lo sviluppo
tecnologico. Ho quindi applicato alla musica la nostra
attitudine professionale, utilizzando ciò che la tecnologia oggi
mette a disposizione nella produzione musicale: strumenti e
software che integrano l’intelligenza artificiale. Ciò che la
tecnologia offre va prima analizzato, poi digerito, infine
metabolizzato: non contrastando lo sviluppo, ma
sperimentandolo e guidandolo, affinché la ricerca non si fermi e
possa maturare in senso più umano, al servizio della collettività e
anche del nostro lavoro. L’uomo deve sempre rimanere
tale; lo strumento ci aiuta a elevarci là dove serve, come
ricordo con il verso di Dante che dà il titolo a un altro brano del
disco, «Non come bruti»: «Fatti non foste a
viver come bruti».
Le ragioni, poi, sono pratiche, e lo dico con il massimo
rispetto per la professione di musicista e per i
professionisti e gli specialisti che operano nel campo musicale:
una produzione tradizionale richiede tempi molto più lunghi di
un’autoproduzione, e una catena…
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Source link

