L’articolo 49 del D.Lgs. n. 179/2026 apre alla possibilità di modulare l’equo compenso in relazione all’uso dell’intelligenza artificiale. Ma se l’AI permette agli avvocati di lavorare più velocemente, significa davvero che le loro prestazioni valgono meno? Tra efficienza, responsabilità professionale e tutela del cliente, una riflessione sul futuro della professione forense.
Una nuova disposizione normativa apre un interrogativo nel mondo della professione: l’utilizzo dell’intelligenza artificiale potrebbe incidere sulla determinazione dei compensi professionali?
La questione emerge dall’articolo 49 del D.Lgs. 7 ottobre 2026, n. 179, che contempla la possibilità di modulare l’equo compenso in relazione all’impiego di sistemi di AI. La norma, in vigore dal 23 ottobre 2026, non introduce una riduzione automatica delle parcelle, ma prevede l’integrazione dei parametri professionali sulla base della classificazione di rischio dei sistemi utilizzati.
La novità solleva una questione che va oltre il contenuto della disposizione.
L’intelligenza artificiale può analizzare in pochi minuti documenti che richiederebbero ore di lettura, individuare precedenti giurisprudenziali, suggerire argomentazioni e predisporre bozze di atti giudiziari. Attività che, fino a pochi anni fa, comportavano un impegno considerevole per gli studi legali.
Ma se un avvocato riesce a svolgere più rapidamente una parte del proprio lavoro grazie all’AI, è giusto che venga pagato meno?
La risposta non è scontata. Perché il valore di una prestazione professionale non coincide necessariamente con il tempo impiegato per realizzarla. E, soprattutto, perché il ricorso all’intelligenza artificiale non elimina la responsabilità dell’avvocato nei confronti del cliente.
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Equo compenso e AI: cosa prevede davvero l’articolo 49
Il D.Lgs. n. 179/2026, adottato nell’ambito dell’adeguamento della normativa italiana all’AI Act europeo, dedica l’articolo 49 alle Norme in materia di equo compenso.
Il primo comma prevede che l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale da parte del professionista possa comportare una modulazione dell’equo compenso ai sensi della legge n. 49/2023, secondo parametri che tengano conto della classificazione di rischio del sistema utilizzato, come definita dalla normativa europea sull’AI.
Il secondo comma stabilisce che, entro dodici mesi dall’entrata in vigore del decreto, debbano essere integrati i provvedimenti che disciplinano i parametri professionali. Tra questi è espressamente richiamato anche il decreto previsto dall’articolo 13, comma 6, della legge n. 247/2012, relativo alla professione forense.
Il termine per l’adeguamento è dunque fissato al 23 ottobre 2027.
Un elemento merita particolare attenzione: la disposizione non stabilisce che un avvocato debba essere pagato meno perché utilizza l’intelligenza artificiale. Non introduce riduzioni percentuali e non indica che la modulazione debba necessariamente operare al ribasso.
La norma richiama invece la classificazione di rischio del sistema utilizzato, lasciando ai successivi interventi sui parametri la definizione delle modalità concrete di applicazione.
Non è una distinzione secondaria. Sarebbe infatti scorretto interpretare la disposizione come se il legislatore avesse già stabilito un rapporto automatico tra utilizzo dell’AI e diminuzione dei compensi.
Resta tuttavia aperta una questione: in che modo l’impiego della tecnologia e i rischi che ne derivano potranno incidere sul valore economico riconosciuto alla prestazione dell’avvocato?
Un atto scritto in due ore vale meno di uno scritto in dieci?
Immaginiamo due avvocati incaricati di predisporre un atto difensivo in una controversia particolarmente complessa.
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Redazione Giuricivile
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