C’è una domanda che molte donne si sentono rivolgere quando superano una certa età: «E un figlio, quando?» Una domanda che spesso arriva prima di un’altra, molto più importante: «Hai davvero le condizioni per diventare madre, oggi?»

Perché dietro una maternità rimandata non c’è necessariamente una scelta di carriera, la paura di assumersi responsabilità o la mancanza di desiderio. Ci sono contratti precari, stipendi insufficienti, affitti troppo alti, relazioni che non hanno ancora trovato stabilità. E ci sono donne che convivono con patologie come l’endometriosi e l’adenomiosi, per le quali il rapporto con il proprio corpo e con la possibilità di una gravidanza può essere più complesso. È in questo intreccio di desideri, condizioni sociali e tempi biologici che si inserisce il social freezing, la tecnica che permette di congelare gli ovociti per un eventuale utilizzo futuro. Una possibilità che la medicina mette a disposizione, ma che in Italia rimane condizionata, per molte donne, dalla capacità di sostenere spese importanti.

Il punto, allora, non è convincere tutte a congelare i propri ovociti, né presentare la procedura come una garanzia contro il tempo. È riconoscere che ogni donna dovrebbe poter conoscere le opzioni disponibili e valutare consapevolmente il proprio futuro riproduttivo, senza che il reddito, la residenza o una diagnosi difficile diventino ostacoli insormontabili. Perché la libertà di scegliere quando diventare madre è reale soltanto quando esistono anche le condizioni per esercitarla.

Il tempo biologico non aspetta la stabilità economica: cosa significa congelare gli ovociti

Il social freezing, o crioconservazione degli ovociti per ragioni non mediche, consiste nel prelevare e conservare gli ovociti maturi per un possibile utilizzo negli anni successivi attraverso un percorso di procreazione medicalmente assistita. La procedura prevede una valutazione specialistica, esami del sangue ed ecografie, una stimolazione ormonale per favorire la maturazione di più ovociti e, infine, il prelievo, generalmente effettuato in regime di day hospital. Gli ovociti vengono quindi congelati mediante vitrificazione, una tecnica che consente di conservarli a temperature estremamente basse. Il motivo per cui questa possibilità è diventata sempre più discussa riguarda il rapporto tra età e fertilità: con il passare degli anni, infatti, diminuiscono generalmente sia la quantità degli ovociti disponibili sia la loro qualità. Conservare ovociti in età più giovane può quindi offrire prospettive migliori rispetto a un prelievo effettuato più avanti nella vita, anche se il risultato dipende da diversi fattori individuali.

È importante chiarire che il social freezing non arresta l’invecchiamento biologico, non elimina i rischi legati a una gravidanza in età avanzata e non garantisce la nascita di un figlio. Non esiste neppure un’età ideale valida per tutte: la scelta va valutata con uno specialista, considerando la situazione personale, le aspettative e i possibili benefici. Ma c’è una questione che non può essere ignorata. Molte donne arrivano a prendere in considerazione questa procedura proprio quando la vita non offre ancora la stabilità necessaria per una maternità. Si studia, si cerca lavoro, si cambia città, si affrontano contratti a termine e si prova a costruire un’indipendenza economica. Nel frattempo, il tempo biologico continua a scorrere.

Il congelamento degli ovociti può rappresentare una possibilità aggiuntiva per chi desidera rimandare una gravidanza, ma non dovrebbe diventare la soluzione individuale a problemi collettivi. Non può essere la risposta alla precarietà, alla mancanza di sostegni alla genitorialità o a un mercato del lavoro che ancora penalizza chi diventa madre. Il diritto di scegliere non consiste soltanto nel poter ricorrere a una tecnica medica: significa anche poter decidere quando avere un figlio senza essere costrette a rinunciare per ragioni economiche o professionali.

Endometriosi e adenomiosi: quando preservare la fertilità può diventare una questione clinica

Per alcune donne, il tema della fertilità non riguarda soltanto la possibilità di rimandare una gravidanza, ma anche la necessità di affrontare una patologia che può incidere sulla salute riproduttiva. È il caso dell’endometriosi, una malattia cronica caratterizzata dalla presenza di tessuto simile all’endometrio al di fuori dell’utero, e dell’adenomiosi, nella quale tessuto simile a quello endometriale si trova all’interno della parete muscolare uterina. Entrambe possono essere associate a dolore, sanguinamenti anomali e difficoltà riproduttive, sebbene manifestazioni e conseguenze siano diverse da persona a persona. Per chi riceve una diagnosi, il percorso può essere lungo e complesso: visite, esami, terapie, interventi chirurgici e decisioni che riguardano non soltanto la gestione dei sintomi, ma anche il desiderio di avere figli. In particolare, alcune forme di endometriosi ovarica e determinati interventi sulle ovaie possono incidere sulla riserva ovarica. In situazioni selezionate, la preservazione della fertilità può quindi essere discussa prima di trattamenti potenzialmente rilevanti per la funzione riproduttiva.

Non significa, tuttavia, che tutte le donne con endometriosi o adenomiosi debbano congelare gli ovociti: l’indicazione dipende dalla diagnosi, dall’età, dalla riserva ovarica, dalle terapie previste e dal progetto riproduttivo individuale. Per l’adenomiosi, inoltre, la crioconservazione degli ovociti non risolve direttamente la patologia uterina né garantisce che una futura gravidanza possa essere portata avanti senza difficoltà. È proprio per questo che l’accesso a una consulenza tempestiva è fondamentale. Una donna dovrebbe poter conoscere le opzioni disponibili nel momento in cui riceve la diagnosi, non soltanto quando decide di cercare una gravidanza o quando il percorso clinico è già avanzato. Eppure, la possibilità di ottenere una valutazione specialistica, affrontare i costi degli esami e accedere ai centri dedicati non è sempre uguale per tutte.

Se una procedura può essere clinicamente appropriata, la condizione economica non dovrebbe impedire alla paziente di ricevere informazioni e valutare le alternative. La tutela della fertilità non deve diventare una promessa irrealistica rivolta a chi affronta una malattia, ma nemmeno un’opportunità riservata a chi può sostenere privatamente ogni spesa. Dare voce a queste donne significa riconoscere che dietro una diagnosi non c’è soltanto una cartella clinica: c’è una persona che ha diritto di conoscere le conseguenze delle proprie scelte terapeutiche e di partecipare alle decisioni sul proprio futuro.

Tra 2.500 e 4.000 euro: quanto costa trasformare una possibilità in una scelta concreta

Il costo è uno degli ostacoli più evidenti alla diffusione del social freezing. In Italia, un ciclo di crioconservazione può richiedere indicativamente tra 2.500 e 4.000 euro, ma il prezzo varia da centro a centro e può aumentare considerando farmaci, esami, visite, controlli e conservazione nel tempo. In alcuni casi può essere necessario ripetere la procedura per ottenere un numero maggiore di ovociti maturi. Anche l’eventuale utilizzo futuro comporta ulteriori spese, legate alle tecniche di fecondazione assistita e alle procedure necessarie per tentare una gravidanza. Il costo…


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 Dalila Battaglia

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