L’economia spaziale sta cambiando. La rivoluzione commerciale di SpaceX sta trasformando un settore che prima dipendeva dall’input pubblico e che ora vede un nuovo protagonismo dei privati. Al centro di questa trasformazione, la produzione in serie, la modularità e la scala. A tradurre in Italia le lezioni apprese dal mercato americano è Space Industries, che si appresta a inaugurare uno stabilimento capace di produrre centinaia di satelliti all’anno. Intervista all’amministratore delegato Giuseppe Santangelo
23/10/2026
La space economy si prepara a una nuova fase, in cui la competitività non dipenderà tanto dalla capacità di progettare i satelliti, ma da quella di produrli su scala industriale. Un modello inaugurato da SpaceX, ma a cui anche l’Europa, giocoforza, dovrà adeguarsi. A portare questo modello in Italia è Space Industries, realtà nata un anno fa e che si appresta a inaugurare il suo primo impianto produttivo. Obiettivo: produrre centinaia di satelliti all’anno. L’intervista di Airpress a Giuseppe Santangelo, amministratore delegato della società.
Ingegnere, come sta cambiando lo spazio e cosa si intende per “new space economy”?
Chi lavora nello spazio da anni, come me, in Italia e negli Stati Uniti, riesce a osservare certi movimenti di mercato in entrambi i contesti e a prevedere cosa potrebbe succedere. Gli Stati Uniti sono più avanti sotto diversi aspetti della space economy commerciale e secondo me la loro visione sta arrivando in Europa con qualche anno di ritardo. A questo si aggiunge la geopolitica, che evolve a sua volta. La difesa è un elemento non nuovo ma oggi più accentuato, e porta con sé il concetto di dual use, per cui tutto ciò che si trova nello spazio deve esserlo. Il cambiamento di fondo, però, è il passaggio da una logica istituzionale a una di mercato. Fino ad oggi, il settore è stato trainato dalla spinta pubblica. In Europa pensiamo ai fondi dell’Esa, con le loro logiche di ritorno geografico e un sistema di finanziamento delle missioni con un obiettivi pubblici e non privati. In questa modalità è difficile che si sviluppi un vero mercato.
Perché?
Un qualunque mercato nasce quando esiste un’esigenza che può essere risolta con una tecnologia, in questo caso spaziale. Quell’esigenza oggi c’è e possiamo declinarla attraverso il dato. Il dato può essere generato a terra con infrastrutture terrestri e usato per scopi di business, oppure generato in orbita con obiettivi terrestri, oppure in orbita con obiettivi spaziali. In ogni caso si tratta di un business industriale e tecnologico, che risponde a necessità concrete.
Se questo business non si è ancora sviluppato in modo prorompente, pur con qualche eccezione, è perché oggi il mercato è quasi un single player, SpaceX, che ha avuto per prima l’accesso allo spazio, si è costruita i suoi satelliti e ha creato il proprio mercato. Nel segmento Leo (Orbita bassa terrestre) vale quasi il 50% della space economy. Questo non vuol dire però che sarà sempre così. SpaceX ha aperto il mercato ed è arrivata prima, ma io sono convinto che il mercato spaziale del futuro sarà caratterizzato da player che oggi non sono ancora evidenti. Stiamo guardando al futuro facendo i conti senza l’oste.
Chi sono questi nuovi attori?
Saranno realtà che oggi ancora non operano nello spazio e che non fanno parte di questo mercato. Sono aziende con esigenze relative ai dati e alla connettività: monitorare siti produttivi, gestire telecomunicazioni, logistica, cybersicurezza. Quando entreranno nel settore faranno la differenza e chi oggi si occupa di spazio dovrà essere pronto a un adattamento al nuovo modello, altrimenti rischia di scomparire dal mercato. A queste realtà serve una tecnologia in orbita ma agile, che si lanci in fretta e costi il giusto per il dato che serve, in modo da essere confrontabile con le soluzioni terrestri. Se posso fare telecomunicazioni dallo spazio spendendo meno che costruendo antenne in tutto il mondo, allora è lì che, come azienda, scelgo di andare nello spazio.
Per questo l’idea che una sola costellazione basti per tutti non regge. In Europa, per esempio, ce n’è una sola ed è stata pensata con metriche istituzionali, non commerciali. Funzionerà bene per chi impara a gestire le costellazioni, ma a livello di business il concetto è diverso. Un’industria che ha grandi risorse e oggi spende molto per gestire il rapporto con diversi operatori potrà decidere di costruirsi la propria costellazione privata, e di concentrare lì tutto il suo sviluppo, dalle telecomunicazioni alla logistica alla cybersicurezza, con un’infrastruttura che nessun altro può gestire o spegnere. Se avremo cinquanta operatori nel mondo, ci saranno cinquanta costellazioni, e intorno a esse si svilupperanno i servizi: ad esempio chi le mantiene in orbita e chi effettua l’in-orbit servicing, oltre ad altre infrastrutture a un livello più alto che supporteranno quelle più basse.
Come accennava, l’Europa registra più di una criticità nell’adeguarsi a questo nuovo mercato. Qual è, secondo lei, la più pressante?
Sicuramente l’accesso allo spazio. Oggi questo settore è di fatto monopolizzato da un solo player mondiale, SpaceX, che ha dato avvio all’intero fenomeno della new space. Infatti, senza SpaceX non staremmo facendo questa intervista. Ma chi detta le regole è anche un rischio per il mercato. Mi risulta che il manifesto dei lanci commerciali di Falcon 9 sia chiuso fino al 2029, e stiamo tutti lì a capire cosa succederà. Starship, che sarà operativa tra il 2029 e il 2030, potrebbe riaprire lo spazio commerciale. Il costo per lanciare un proprio satellite, oggi intorno ai 10mila dollari al chilo, secondo gli annunci più recenti potrebbe scendere anche sotto i 500. Gli altri lanciatori, in Europa e negli Stati Uniti, stanno emergendo ma non sono allo stesso livello, lanciano carichi più piccoli, con minore frequenza e a costi più bassi. Direi che Starship, in questo senso, ha almeno dieci anni di vantaggio rispetto a tutti gli altri. Se un operatore europeo vende un lancio a 5mila euro al chilo e SpaceX a 500, è ovvio che il mercato guarderà alla soluzione più economica.
E poi?
La scala. Per garantire continuità di servizio servono molti satelliti. Un satellite passa sopra di noi decine di volte al giorno, quindi ne servono almeno 15-20 per coprire una singola località. Poi bisogna moltiplicare per le diverse aree geografiche e per la ridondanza del segnale. Si arriva a migliaia di satelliti per fare, in sostanza, una sola cosa. In Europa il satellite è ancora trattato come un prodotto artigianale, un “proto-flight” in cui conta la missione e con i costi che ne derivano. Negli Stati Uniti si è già andati verso la modularizzazione e la scala. Venti anni fa un satellite da una tonnellata costava circa 30 milioni. Oggi, per le stesse funzioni, pesa 200-300 chili e costa 3-4 milioni. Credo che in futuro dovremo scendere almeno di un altro ordine di grandezza. Quando il satellite diventerà una commodity, con componenti commerciali qualificati e certificati e una costruzione in linea, quasi come una lavastoviglie, il mercato spaziale sarà davvero attivo.
Quali altre criticità vede, oltre a quelle industriali?
Ne vedo due, entrambe di lungo periodo. La prima è la regolamentazione. Esiste l’Unoosa, l’ufficio Onu per gli affari spaziali, che cerca un accordo…
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Riccardo Leoni
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