Dal debutto in sordina alla consacrazione popolare: la commedia di Steno ha trasformato tre scommettitori squattrinati in personaggi immortali, consegnando al linguaggio comune battute, espressioni e un’idea tutta romana dell’arte di perdere.
Tanti film entrano nella storia del cinema per la loro importanza artistica, altri conquistano il pubblico al momento dell’uscita e altri ancora finiscono per diventare parte della vita quotidiana di un Paese. Febbre da cavallo appartiene soprattutto a quest’ultima categoria. Uscito nelle sale il 29 ottobre 1976, il film diretto da Steno festeggia cinquant’anni di una fortuna tanto singolare quanto meritata: da commedia accolta senza particolare entusiasmo a classico popolare, capace di attraversare generazioni e di trasformare le proprie battute in un patrimonio condiviso.
Per capire il fenomeno bisogna partire da una contraddizione: Febbre da cavallo racconta una dipendenza, quella dalle scommesse ippiche, ma lo fa senza assumere i toni del dramma sociale né quelli della denuncia. Al centro ci sono tre uomini che si rovinano inseguendo una vincita improbabile, mentono alle persone che amano, accumulano debiti e inventano continuamente nuove strategie per continuare a fare esattamente ciò che li ha portati alla rovina. La loro ostinazione è disperante, la loro morale assai elastica, la loro capacità di giustificarsi praticamente inesauribile. Eppure non riusciamo a odiarli. Anzi, finiamo per tifare per loro.
È questa la prima e decisiva intuizione della pellicola: raccontare i perdenti senza trasformarli né in vittime né in eroi. Una commedia sulla miseria del quotidiano che trova nella comicità la propria forma più efficace di comprensione umana.
Steno, il mestiere della commedia
Dietro la macchina da presa c’è Steno, pseudonimo di Stefano Vanzina, uno dei grandi artigiani della commedia italiana. Nato nel 1917, aveva attraversato stagioni fondamentali del nostro cinema, lavorando con Totò e contribuendo a costruire un linguaggio comico capace di mescolare ritmo, osservazione sociale e caratterizzazione popolare. Il suo percorso comprendeva la comicità farsesca, la commedia di costume e il ritratto di un’Italia attraversata da contraddizioni, ambizioni e trasformazioni.
Quando arriva Febbre da cavallo, Steno è un regista esperto, che conosce perfettamente i tempi della risata e il valore di un cast ben assortito. Non ha bisogno di dimostrare la propria bravura attraverso virtuosismi formali: gli basta mettere i personaggi nelle condizioni di tradirsi, contraddirsi, improvvisare e precipitare da soli nelle situazioni più assurde.
La storia produttiva del film è significativa. Il soggetto di Massimo Patrizi, inizialmente concepito in una chiave più drammatica, viene trasformato in commedia attraverso il lavoro di sceneggiatura di Alfredo Giannetti, Steno ed Enrico Vanzina, figlio del regista. Quest’ultimo contribuisce anche grazie alla sua familiarità con il mondo delle corse e con quell’ambiente romano che il film restituisce con un misto di precisione e caricatura. Il risultato non è semplicemente una storia ambientata negli ippodromi: è un piccolo universo autonomo, popolato da debitori, allibratori, truffatori improvvisati e uomini che hanno sempre un cavallo buono da indicare, purché non debbano scommetterci i propri soldi.
Steno dirige tutto con mano leggera. Non giudica i protagonisti, non li assolve e non ha bisogno di sottolineare la loro inaffidabilità: lascia che siano le loro azioni a parlare. La comicità nasce dalla sproporzione tra la gravità delle conseguenze e la leggerezza con cui i personaggi affrontano ogni disastro. Perdono tutto, ma sono già pronti a ripartire. Perché la prossima corsa, naturalmente, sarà quella giusta.
Mandrake, Pomata e Felice: tre modi di essere perdenti
Il cuore del film è naturalmente il trio dei protagonisti, costruito intorno a tre diverse declinazioni della stessa febbre. Bruno Fioretti, detto Mandrake, è interpretato da un Gigi Proietti in stato di grazia che peraltro, nel periodo in cui girava questa pellicola, era pure impegnato al doppiaggio del primo Rocky. Attore di teatro, uomo di spettacolo, cantante e formidabile manipolatore della parola, Proietti porta nel personaggio una qualità che va oltre la semplice simpatia: Mandrake è un istrione permanente, uno che trasforma qualsiasi circostanza in una rappresentazione. Può trovarsi senza una lira, braccato dai creditori e incapace di mantenere una promessa, ma conserva sempre una straordinaria fiducia nella propria capacità di cavarsela.
Il suo talento comico risiede nella serietà con cui affronta le situazioni più assurde. Mandrake non considera mai davvero la possibilità di essere un fallito: è convinto di essere un uomo momentaneamente ostacolato dalla sfortuna, da un cavallo sbagliato o dall’incomprensione altrui. Il suo eloquio vorticoso, la gestualità, gli improvvisi cambi di tono e quella capacità di passare dalla spacconeria alla disperazione ne fanno un personaggio indimenticabile. Proietti non recita soltanto le battute: le costruisce davanti allo spettatore, le gonfia, le accompagna verso il paradosso e le consegna alla risata con un tempismo straordinario.
Accanto a lui c’è Armando Pellicci, detto Er Pomata, affidato a Enrico Montesano. Se Mandrake è il commediante che cerca di salvare le apparenze, Pomata è il professionista dell’espediente, il dispensatore di dritte, il venditore di illusioni che riesce a convincere gli altri della bontà di un pronostico anche quando non ne è convinto lui stesso.
Montesano possiede una musicalità comica diversa da quella di Proietti. Il suo romanesco è più insinuante, popolare, ricco di inflessioni e di sfumature. Pomata sa essere persuasivo, petulante, infantile e perfino tenero. È il motore di molte delle iniziative della banda, ma anche l’uomo che, pur conoscendo perfettamente le conseguenze delle proprie azioni, non riesce a sottrarsi alla tentazione di un’altra scommessa.
La grandezza della coppia sta proprio nella differenza. Proietti tende a occupare la scena, Montesano sa insinuarsi nelle pieghe del dialogo. Nessuno dei due schiaccia l’altro: si alimentano reciprocamente, in un equilibrio che ricorda le grandi coppie comiche del cinema italiano, pur conservando una propria identità. Il loro rapporto è fatto di complicità e diffidenza, amicizia e reciproca esasperazione. Si trascinano nei guai, si rimproverano le rispettive debolezze e finiscono puntualmente per ricominciare insieme.
A completare il terzetto è Felice Roversi, interpretato da Francesco De Rosa. Guardamacchine abusivo, meno brillante e più vulnerabile dei suoi compagni, Felice è l’anello debole della catena, quello sul quale ricadono spesso le conseguenze materiali delle imprese altrui. La sua comicità è meno appariscente, ma proprio per questo indispensabile: rappresenta la dimensione più dimessa e concreta di quel sottobosco romano nel quale l’arte di arrangiarsi diventa una filosofia di vita.
De Rosa svolge con precisione il ruolo di spalla, senza ridursi a una presenza accessoria. Se Mandrake inventa e Pomata persuade, Felice subisce, si agita e finisce per partecipare. È il terzo elemento necessario perché la macchina comica funzioni.
Una compagnia di caratteristi straordinari
Se i protagonisti sono il motore del film, il…
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Pippo Lambardi
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