Sarebbe un errore archiviare l’episodio come un problema francese. Gli stessi controller sono diffusi in tutta Europa, e migliaia di impianti risultano vulnerabili anche in Belgio e nei Paesi Bassi. La NIS2 include il settore alimentare, ma ne copre la produzione industriale e la distribuzione all’ingrosso, lasciando in larga parte fuori il punto vendita, dove il prodotto incontra il consumatore. Il caso francese dimostra che l’anello debole sta proprio lì. L’analisi di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia (Università di Bologna) e Roberto Pasi, esperto di startup cyber e digital transformation, founder e ceo di Mon5
03/11/2026
Lunedì 12 ottobre, poco prima dell’apertura, il personale di un Intermarché di Névez, nel Finistère bretone, ha trovato i banchi del fresco tiepidi e silenziosi.[1] I surgelati si erano ammorbiditi nelle confezioni, la brina colava dalle pareti delle celle, la carne non era più vendibile. Nessun blackout, nessun compressore bruciato: durante la notte qualcuno, da molto lontano, aveva ordinato ai regolatori degli impianti di entrare in sbrinamento forzato e di restarci, con temperature impostate fino a 50 gradi. La stessa scena si ripeteva in centinaia di punti vendita in tutta la Francia, mentre in alcuni negozi scattavano gli allarmi antincendio e sulle vetrine comparivano i cartelli che segnalavano la “rupture de la chaîne du froid”. Per chi era uscito a comprare un minestrone surgelato, quella mattina la guerra cibernetica ha smesso di essere un’astrazione.
Una notte, settecento supermercati
Il bilancio, ancora provvisorio, è impressionante. Il ministro dell’Economia Roland Lescure ha riferito all’Assemblea nazionale che circa 700 dei 10.000 supermercati del Paese sono stati colpiti.[2] Le insegne coinvolte attraversano l’intera grande distribuzione: Intermarché e Netto, Coopérative U, E.Leclerc, Carrefour, Monoprix. Due soli negozi in Alsazia hanno dichiarato perdite per 270.000 euro; su scala nazionale si parla di milioni.[3] Il bersaglio non erano i supermercati in quanto tali, ma i controller che governano a distanza la refrigerazione, a partire dai sistemi del gruppo danese Danfoss; l’allerta si è poi estesa ai prodotti di altri costruttori, come Copeland e Dixell, con l’avvertimento che le campagne erano probabilmente ancora attive.[4] La procura di Parigi ha aperto un’inchiesta affidata all’Office anticybercriminalité. Nessuno ha rivendicato, nessuno ha chiesto un riscatto.[5]
Il dettaglio più istruttivo, però, è un altro. Due mesi prima, ad agosto, i ricercatori di Team82, l’unità di ricerca della società israelo-americana Claroty, avevano mostrato dal palco della DEF CON di Las Vegas come prendere il controllo proprio di quei sistemi, sfruttando un meccanismo di autenticazione nascosto e una vulnerabilità di command injection. Il rapporto aveva un titolo profetico: “Freeze the Controller, Defrost the Food”. Danfoss aveva rilasciato un aggiornamento correttivo già nell’agosto 2025, eppure oltre 2.700 controller risultavano ancora esposti su Internet.[6] I modelli più vecchi, quelli effettivamente colpiti, non potevano nemmeno essere aggiornati.[7] Davanti al Senato, il direttore dell’ANSSI Vincent Strubel ha tratto la conclusione più amara: l’attacco è stato reso possibile da “difetti di sicurezza elementari”, e l’Agenzia non ha strumenti per imporre ai supermercati come proteggere i propri frigoriferi.[8]
Qual è l’effettiva portata degli attacchi OT
Quando si parla di attacchi al mondo OT, la tecnologia operativa che governa macchine e processi fisici, l’immaginario corre alla centrale nucleare sabotata o alla rete elettrica spenta: Stuxnet e le centrifughe di Natanz, i blackout ucraini del 2015 e del 2016. Il caso francese mostra che il perimetro è molto più vicino a noi. Un banco frigo moderno è un sistema di controllo industriale in miniatura: sonde di temperatura, compressori, valvole, un controller di campo per ciascun banco e, sopra, un supervisore che coordina l’intero negozio, pianifica i cicli di sbrinamento e gestisce gli allarmi. Quel supervisore è raggiungibile via Internet perché il manutentore possa intervenire senza spostarsi. È esattamente questa comodità a renderlo vulnerabile.
Il punto è che oggi qualsiasi componente elettronico è con ogni probabilità connesso, o comunque raggiungibile attraverso un altro punto d’accesso meno protetto: la rete del negozio, il router del manutentore, la piattaforma di telegestione del fornitore. Non a caso E.Leclerc ha attribuito l’incidente a un attacco contro uno dei suoi fornitori di impianti frigoriferi.[9] La catena di subfornitura che tiene in vita un sistema OT è anche la sua superficie d’attacco. Siamo sempre più connessi come persone, ma lo è anche tutto ciò che ci circonda. Siamo quindi esposti non solo attraverso lo smartphone o il computer, ma attraverso i luoghi e i sistemi con cui entriamo in contatto ogni giorno, senza saperlo e senza poterli controllare. Il precedente più vicino non viene da una centrale, ma da Leopoli: nel gennaio 2024 un malware battezzato FrostyGoop ha manipolato i controller del teleriscaldamento lasciando senza calore oltre 600 condomini per quasi due giorni, in pieno inverno.[10] Anche lì l’effetto non si è fermato all’impianto, è arrivato direttamente nelle case. Gli attacchi OT possono colpire le catene di distribuzione dei beni di prima necessità e, attraverso di esse, il singolo cittadino. Basta andare a comprare il minestrone surgelato.
Chi attacca e perché
Che gli attacchi al mondo industriale siano in crescita lo dicono tutti gli indicatori. Secondo il rapporto annuale di Dragos, nel 2025 i gruppi ransomware attivi contro organizzazioni industriali sono saliti da 80 a 119 e hanno colpito circa 3.300 aziende, mentre gli avversari più sofisticati sono passati dal semplice preposizionamento alla mappatura dei cicli di controllo, per capire come manipolare i processi fisici.[11] Ma se si guarda dentro i numeri, l’unica tendenza davvero leggibile riguarda i threat actors, cioè chi colpisce e con quali obiettivi.
Nel mondo IT, corporate e finanziario le motivazioni sono varie: furto di dati, spionaggio, estorsione, profitto puro, come dimostrano le operazioni con cui la Corea del Nord sottrae criptovalute per finanziare il regime, fino al colpo da circa un miliardo e mezzo di dollari ai danni della piattaforma Bybit nel 2025. Nel mondo OT il quadro è diverso. Il ransomware colpisce le aziende industriali, ma quasi sempre passando dall’informatica gestionale: è successo con Colonial Pipeline e con il colosso della carne JBS nel 2021, quando gli impianti si sono fermati perché erano caduti i sistemi da cui dipendevano, non perché qualcuno avesse toccato le macchine. Dragos osserva che, nel secondo trimestre del 2026, nessun operatore ransomware ha manipolato un sistema di controllo.[12] Gli attacchi rivolti direttamente ai componenti OT, con richiesta di riscatto, restano rari. Chi entra davvero nei controller lo fa per fermare o danneggiare la produzione: talvolta per ragioni di concorrenza tra rivali, ma soprattutto per conto di uno Stato. È la lunga sequenza che va da Stuxnet a Triton, il malware che nel 2017 prese di mira i sistemi di sicurezza di un impianto petrolchimico saudita, dai controller idrici americani violati nel 2023 dai CyberAv3ngers legati ai…
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Alberto Pagani
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