Potere, istituzioni e geopolitica nell’epoca della trasformazione accelerata

Non siamo di fronte a un’innovazione circoscritta, siamo nel cuore di una transizione che tocca la struttura stessa della produzione, del lavoro, del pensiero organizzativo – e, come si cercherà di argomentare in queste pagine, anche degli equilibri geopolitici tra potenze. L’AI non si limita ad aggiungere efficienza, ridefinisce i confini tra ciò che è umano e ciò che è automatizzabile, tra ciò che consideravamo insostituibile e ciò che improvvisamente può essere replicato da una macchina. Non è soltanto un nuovo strumento, è una nuova grammatica del mondo.

Molti settori stanno già vivendo questo cambiamento come un’onda che travolge. Professioni storiche perdono terreno, competenze consolidate diventano rapidamente superflue, intere architetture organizzative vacillano. Ma, come in ogni fase di distruzione creatrice, accanto a ciò che scompare nascono spazi nuovi, ruoli inediti, forme di collaborazione mai esplorate, orizzonti produttivi e cognitivi che chiedono di essere abitati.

Il paradigma riconosciuto: il Nobel 2025 e la lezione del 2024

Non è un caso che il Premio Nobel per l’Economia 2025 sia andato a Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt, tre studiosi che hanno contribuito, da angolazioni diverse, a definire il modo in cui comprendiamo il legame tra conoscenza, innovazione e crescita. Mokyr, storico dell’innovazione tecnologica, ha indagato le precondizioni culturali e istituzionali della crescita sostenuta; Aghion e Howitt ne hanno formalizzato il meccanismo, mostrando come ogni nuova tecnologia rimpiazzi la precedente in un processo mai concluso. Sono, nel senso più pieno del termine, economisti schumpeteriani: l’Accademia svedese ha scelto di premiare non un modello isolato, ma un filone di ricerca che dialoga con la storia, con la sociologia dell’innovazione e con la storia delle idee. È un riconoscimento meritato e atteso, e segna anche una svolta simbolica: dopo decenni di attenzione ai modelli e alla formalizzazione teorica, viene premiata un’economia che torna a interrogare la storia e la scienza, invece di rinchiudersi nella sola eleganza matematica.

Letto in sequenza con il Nobel dell’anno precedente, questo riconoscimento compone quasi un dittico. Nel 2024 il premio era andato a Daron Acemoglu, Simon Johnson e James Robinson, per i loro studi su come si formano le istituzioni e su come queste condizionano la prosperità delle nazioni: dove le istituzioni sono estrattive, avevano mostrato, la crescita non attecchisce e le società restano fragili di fronte agli shock; dove sono inclusive, quegli stessi shock possono trasformarsi in occasioni di sviluppo. È, in altri termini, una riflessione sulla sopravvivenza delle società di fronte alle grandi trasformazioni strutturali – non dissimile, nello spirito, da quella che anima queste pagine. Il 2024 spiega perché alcune società attraversano gli shock tecnologici restando in piedi e altre no; il 2025 spiega come quello shock viene prodotto e rinnovato senza sosta. Insieme, i due premi compongono quasi una piccola teoria generale della resilienza istituzionale di fronte all’accelerazione tecnologica – un tema che, nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa e sempre più autonoma nelle decisioni, non è più soltanto economico: è squisitamente geopolitico.

Una nuova grammatica geopolitica

L’intelligenza artificiale non è soltanto un motore di produttività: è oggi un terreno di competizione tra potenze, un dominio nel quale si ridefiniscono gerarchie internazionali, sovranità tecnologiche, dottrine militari. Chi controlla i modelli fondativi, le infrastrutture di calcolo, le filiere dei semiconduttori avanzati, controlla in misura crescente anche la capacità di uno Stato di proiettare potenza economica, informativa e, non di rado, militare. È la stessa logica che Qiao Liang e Wang Xiangsui avevano anticipato descrivendo la «guerra senza limiti»: nell’epoca della competizione sistemica, i confini tra dominio civile e dominio militare, tra economia e sicurezza, tra tecnologia e strategia, si fanno sempre più permeabili.

La dimensione economica di questa competizione si misura anche in cifre inedite. Nell’ottobre 2025 Nvidia è diventata la prima azienda della storia a superare i 5.000 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato, trainata dalla domanda di chip per l’intelligenza artificiale, e nella prima metà del 2026 quel valore si è avvicinato ai 6.000 miliardi – più della capitalizzazione complessiva di interi listini nazionali. Parallelamente, la spesa in infrastrutture cloud dei principali hyperscaler mondiali si avvicina ai 700 miliardi di dollari l’anno, in larga parte assorbita dalla domanda di potenza di calcolo per l’IA: una concentrazione di capitale e di potere computazionale senza precedenti nella storia dell’economia industriale.

Su questo terreno si gioca anche la partita tra modelli alternativi di governance dell’intelligenza artificiale: da un lato un approccio antropocentrico – enunciato al G7 di Cagliari e ribadito in sede europea – che colloca la tecnologia al servizio della persona e non come sua sostituta, con un impianto regolatorio, l’AI Act, che prova a coniugare innovazione e tutela dei diritti; dall’altro modelli più orientati al controllo statale pervasivo, in cui l’intelligenza artificiale diventa strumento di sorveglianza di massa e di pianificazione centralizzata. Non è più soltanto una scelta di policy industriale: è una scelta di civiltà, che richiama – mutatis mutandis – le categorie che Carl Schmitt riservava alla dimensione del politico e che Samuel Huntington applicava allo scontro tra civiltà. L’intelligenza artificiale, in questo senso, non è mai neutrale: porta con sé un’impronta valoriale e geopolitica precisa, a seconda di chi la progetta, la addestra e la governa.

I dati aiutano a comprendere la posta in gioco. Secondo il Future of Jobs Report, entro il 2030 circa un quarto dei posti di lavoro nel mondo sarà trasformato dall’adozione dell’intelligenza artificiale, con un saldo occupazionale complessivamente positivo a livello globale ma fortemente diseguale tra Paesi e settori; il Fondo Monetario Internazionale stima che quasi il 40% dell’occupazione mondiale sia esposta agli effetti dell’automazione cognitiva, percentuale che sale al 60% nelle economie avanzate; l’Organizzazione Internazionale del Lavoro calcola che un lavoratore su quattro sia oggi esposto agli effetti dell’IA generativa. Sono numeri che raccontano una redistribuzione di potere economico e sociale su scala planetaria, non soltanto una curva di produttività aziendale. Per questo le politiche attive del lavoro, gli osservatori nazionali sull’intelligenza artificiale, gli ecosistemi digitali per l’incontro tra domanda e offerta di competenze non sono più strumenti amministrativi accessori: diventano infrastrutture strategiche permanenti, al pari delle reti energetiche o delle infrastrutture critiche, perché da esse dipende la capacità di un Paese di attraversare la transizione senza frantumarsi.

Sorveglianza, biopolitica e i ritmi del controllo algoritmico

C’è poi un secondo livello, meno visibile ma non meno decisivo, sul quale l’intelligenza artificiale interviene: quello dei ritmi della vita quotidiana e della…


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 Salvatore Santangelo

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