Mentre il Governo annuncia un decreto per fissare un tetto del
30% alla presenza di alunni stranieri nelle classi, un altro tetto,
quello che sta materialmente sopra le classi e sopra la testa dei
nostri figli, continua a non conquistare la stessa attenzione, e lo
dico con una certa amarezza perché i numeri per portarlo in cima
all’agenda politica ci sarebbero tutti.
Il Paese sa con precisione quanti sono gli studenti senza
cittadinanza italiana, circa 930 mila, ma non sa ancora come si
comporterebbe in caso di terremoto più della metà delle scuole dei
Comuni capoluogo, visto che il 57,2% degli edifici scolastici non è
stato ancora sottoposto a verifica di vulnerabilità
sismica. Meno della metà ha il collaudo statico, quasi una
scuola su tre ha bisogno di lavori urgenti e nelle zone sismiche 1
e 2 circa otto edifici su dieci non risultano né progettati né
adeguati alla normativa antisismica. A metterlo nero su bianco è il
rapporto Ecosistema Scuola 2026 di Legambiente,
arrivato proprio mentre si chiude la stagione del PNRR, che per le
scuole ha mobilitato 14,18 miliardi di euro e che a giugno 2026
aveva portato a conclusione appena l’1,9% dei 206 interventi per la
costruzione di nuovi edifici scolastici.
Prima di entrare nei numeri vale la pena dire da dove arrivano.
Il rapporto ha analizzato i dati 2025 di 96 Comuni capoluogo, 7.188
edifici e 1.272.742 studenti tra infanzia, primaria e secondaria di
primo grado. I dati sugli edifici non sono stime costruite
dall’esterno, sono le informazioni che le stesse amministrazioni
hanno comunicato sulle proprie scuole, e già questo dovrebbe far
riflettere. Così come dovrebbe far riflettere che tra i Comuni che
li hanno forniti in forma incompleta ci siano Roma, cioè la
Capitale, e L’Aquila, la città che più di ogni altra conosce il
prezzo di un patrimonio pubblico fragile.
Una scuola su due senza collaudo statico, e le Isole ancora più
indietro
Il primo indicatore riguarda i documenti che attestano la
sicurezza di un edificio, cioè quelle carte che qualsiasi tecnico
chiede prima di mettere piede in un immobile e che per una scuola
dovrebbero essere scontate. Il certificato di agibilità è presente
nel 53,5% dei casi, quello di prevenzione incendi nel 56,0% e il
collaudo statico nel 47,7%, il che vuol dire che per più della metà
del patrimonio monitorato manca l’atto che certifica la sicurezza
della struttura. La media nazionale nasconde poi divari pesanti,
perché l’agibilità raggiunge il 71,9% al Nord ma scende al 31,6% al
Sud e al 25,5% nelle Isole, dove anche l’accessibilità si ferma al
43,6%, circa la metà della media nazionale.
Che il pieno rispetto delle regole sia possibile lo dimostrano
Aosta, Cesena, Piacenza e Trento, che dichiarano il 100% degli
edifici con agibilità, collaudo statico, prevenzione incendi e
accorgimenti per l’accessibilità. Sono quattro Comuni su 96, tutti
al Nord, e il fatto che siano così pochi dice più di qualsiasi
commento.
Terremoto e scuole, una verifica che attendiamo dal 2003
Sul fronte sismico il ragionamento cambia di scala, perché qui
non parliamo di documenti mancanti ma di edifici di cui non si
conosce il comportamento strutturale. L’obbligo di verificare la
vulnerabilità sismica delle scuole nelle aree a rischio risale
all’O.P.C.M. n. 3274/2003, eppure a più di vent’anni di distanza
oltre la metà degli edifici non è stata ancora verificata. Nelle
Isole la quota arriva al 76,8%, ma il dato smentisce anche la
geografia abituale dei ritardi, perché al Nord gli edifici senza
verifica sono il 64,9%, più che al Sud (42,8%) e al Centro (33,7%).
Solo il 17,3% delle amministrazioni ha completato le verifiche su
tutte le proprie scuole, e nelle Isole nessuna.
Il quadro diventa ancora più preoccupante se si guarda agli
edifici esposti alla maggiore pericolosità. In zona sismica 1 si
trovano 401 scuole e solo 30 risultano progettate o adeguate alla
normativa antisismica, appena il 7,5%, mentre in zona 2 sono 458 su
2.096, e nelle Isole, su 450 edifici in zona 2, non ce n’è neppure
uno adeguato. Tra le città in zona 1, soltanto Benevento, Cosenza e
Vibo Valentia hanno realizzato interventi di adeguamento nelle
scuole negli ultimi cinque anni, e nel complesso gli interventi di
adeguamento hanno interessato il 4% degli edifici monitorati.
I Comuni che dichiarano di aver completato la verifica di
vulnerabilità su tutti gli edifici sono Ancona, Avellino,
Benevento, Bologna, Bolzano, Brescia, Cesena, Fermo, Firenze,
Forlì, Gorizia, Pescara, Piacenza e Ravenna. Tre di loro, Forlì,
Piacenza e Ravenna, compaiono però anche tra le città che negli
ultimi cinque anni non hanno effettuato alcuna indagine diagnostica
sui solai, insieme a Catania, Lecce, Padova, Palermo, Prato,
Ragusa, Reggio Calabria e Treviso. Da ingegnere so bene che
verifica di vulnerabilità e indagine sui solai sono accertamenti
distinti, ma l’incrocio dei due elenchi dice molto su quanto la
conoscenza dello stato reale delle strutture resti parziale anche
dove i numeri sembrano rassicuranti. A livello nazionale le
indagini sui solai hanno riguardato il 26,1% degli edifici e gli
interventi di messa in sicurezza l’11,1%, e solo Benevento, Pavia e
Vercelli hanno indagato tutti i solai delle proprie scuole.
C’è poi la questione delle proroghe, che nel settore sono
diventate quasi una consuetudine amministrativa. Per gli interventi
finanziati con il D.M. 11 dicembre 2024, n. 254, gli enti avrebbero
dovuto arrivare all’aggiudicazione definitiva entro il 13 luglio
2025, termine che una prima proroga con il D.M. 3 luglio 2025, n.
130 ha spostato al 13 luglio 2026 e che il nuovo D.M. 7 luglio
2026, n. 135 ha ulteriormente allungato fino al 13 ottobre 2026. In
gioco ci sono 61 milioni di euro ripartiti tra le Regioni per
l’adeguamento sismico delle scuole, e dalla pubblicazione del
decreto in Gazzetta, nel gennaio 2025, sono passati ventuno mesi
per arrivare non alla fine dei lavori ma all’aggiudicazione, cioè
al momento in cui il cantiere dovrebbe appena cominciare.
Manutenzione: Bolzano spende 150 volte il Sud, che in cinque anni
ha speso meno di un quarto di quanto stanziato
La manutenzione è il terreno in cui la frattura territoriale si
misura in euro, e i numeri sono difficili da digerire. Gli edifici
che necessitano di interventi urgenti sono il 31,7% a livello
nazionale, il 45,2% al Sud e il 54,2% nelle Isole, e a Belluno,
Latina, Nuoro e Vicenza lo sono tutti. La spesa per manutenzione
straordinaria è di 54.709 euro per edificio al Nord e di 4.527 euro
al Sud, mentre Bolzano, in testa alla classifica, raggiunge 699.732
euro per edificio, circa 150 volte la media del
Sud, seguita da Vercelli, Asti, Torino e Cremona, tutte
intorno o sopra i 100 mila euro.
Fermarsi alla disparità di risorse, però, sarebbe una lettura
comoda e incompleta. Il dato che trovo più scomodo riguarda la
capacità di spendere quanto si è stanziato, perché nella media
annua dell’ultimo quinquennio i Comuni del Sud hanno messo a
bilancio 24.586 euro per edificio e ne hanno spesi 5.658, meno di
un quarto, mentre il Centro si ferma al 38% e il Nord arriva al
66%. Significa che il problema non è soltanto quanto denaro arriva,
ma quanto se ne riesce a trasformare in progetti, gare e cantieri,
e a mio avviso è su questa filiera, che passa dagli uffici tecnici,
dai RUP e dalla…
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