Il governo cinese sta attuando una grande strategia economica, mentre l’Europa si trova relegata in una posizione di debolezza sia economica sia geopolitica. L’Ue deve ora trovare la volontà e il coraggio di superare questa situazione attraverso sforzi coordinati e di lungo periodo

26/09/2026

La Cina è responsabile di circa il 16% delle esportazioni mondiali e del 29% della produzione manifatturiera globale. Due aziende cinesi, Catl e Byd, producono oggi più della metà di tutte le batterie per veicoli elettrici vendute sulla Terra. La Cina lavora circa il 90% delle terre rare mondiali, pur estraendo solo il 60-70% circa del minerale grezzo. Tutti questi dati dimostrano che l’enorme surplus commerciale cinese non è semplicemente un residuo passivo del crollo immobiliare del paese, ma è piuttosto una dottrina politica deliberata volta a utilizzare il dominio delle esportazioni e la sovraccapacità della nazione come leva geopolitica, ad esempio creando colli di bottiglia tecnologici sotto il controllo cinese. Questa grande strategia economica ha lasciato Bruxelles priva di soluzioni, con i funzionari dell’Ue che si affannano ad attuare misure per mitigare il problema, senza tuttavia riuscirci.

La dottrina alla base di questa scelta politica è quella delle “nuove forze produttive di qualità” di Xi Jinping, incentrata sulla crescita attraverso la tecnologia avanzata, l’energia verde e l’innovazione di alta qualità, piuttosto che su investimenti gravati da debito in infrastrutture e settore immobiliare. Tuttavia, questa concentrazione sul dominio tecnologico non costringe strutturalmente la RPC a un surplus delle partite correnti. Lo dimostra l’esempio degli Stati Uniti, una nazione che è stata all’avanguardia dello sviluppo tecnologico per decenni pur registrando ampi squilibri commerciali. La tesi secondo cui l’ampio surplus delle partite correnti cinese è una scelta del governo, e non qualcosa di imposto dall’esterno, è ulteriormente rafforzata dal fatto che, nonostante le ripetute promesse del vice-premier cinese He Lifeng di rilanciare i consumi interni, il partito ha continuato a investire in solide politiche dal lato dell’offerta, come le infrastrutture tecnologiche.

Ciò sottolinea come la Cina veda sempre più i propri surplus commerciali come complementari al controllo delle catene di approvvigionamento globali e dei colli di bottiglia tecnologici, conferendole una leva geopolitica straordinaria e difficile da eguagliare. Il risultato di questa strategia è che, a partire dagli anni 2020, una crescita sostenuta delle esportazioni cinesi ha superato la crescita delle importazioni mondiali, con la Cina che ha ottenuto surplus commerciali massicci (125 miliardi di dollari a giugno, il secondo più alto nella storia cinese) mentre le altre potenze faticano a rispondere a questa dinamica.

La leva che Pechino ricava da questa strategia di sovrapproduzione è evidente nel settore dei minerali di terre rare. La RPC ha notoriamente sovrapprodotto terre rare per mantenerne bassi i prezzi, limitando al contempo le esportazioni durante le dispute con altre nazioni. Questa strategia a doppio binario funziona perché europei, australiani e americani eviteranno di investire in nuove raffinerie se i cinesi possono semplicemente abbassare artificialmente i prezzi e azzerare quasi del tutto l’investimento. Inoltre, i prezzi vengono mantenuti così bassi da rendere economicamente insensato avviare effettivamente la produzione di questi minerali in Europa e negli Stati Uniti, trasformando di fatto questi prezzi bassi in una forma di deterrenza con cui la RPC difende il proprio monopolio. Controllando l’offerta di questi minerali, la Cina può limitarne il flusso verso i vari paesi con cui è in disputa, dandosi così un’arma in più nei negoziati per estorcere concessioni. La Cina lo ha già fatto con gallio, germanio e magneti a base di terre rare in risposta ai controlli occidentali sulle esportazioni di chip, rallentando o bloccando le spedizioni di materiali specifici nei momenti di attrito.

L’Ue non fa eccezione alla difficoltà comune a diverse nazioni nel mondo nel correggere i propri squilibri delle partite correnti con la Cina. Il punto in cui l’Ue, e numerosi altri Paesi, sbagliano è che considerano il problema semplicemente da una prospettiva macroeconomica, ignorando l’aspetto geopolitico di questa strategia. A causa di questa visione offuscata, l’Ue (e gli Stati Uniti) hanno tentato di contrastare questa grande strategia cinese con semplici dazi e diritti anti-sovvenzione. Questa mentalità è emersa in tutta la sua evidenza quando il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, il 2 settembre 2026, in un discorso al Charlotte Economics Club nella Carolina del Nord, ha affermato che Byd, il costruttore cinese di veicoli elettrici, produce “la migliore auto da 70.000 dollari che si possa comprare con 35.000 dollari”. Bessent, come noi europei, continua a vedere il problema attraverso la lente della sovvenzione illegale, e quindi come una questione macroeconomica.

Tuttavia, uno studio del Rhodium Group mostra che solo il 5% del vantaggio di costo di Byd rispetto a Tesla deriva dalle sovvenzioni. Il resto deriva da anni di politica industriale deliberata, da un decennio di dura concorrenza interna tra decine di produttori cinesi di veicoli elettrici che ha imposto una disciplina di costo implacabile, dall’integrazione verticale – con Byd che produce da sé le proprie batterie e altri componenti invece di affidarsi a fornitori – dalle economie di scala derivanti da un mercato interno enorme, più grande dell’intera Ue, e dagli effetti della curva di apprendimento manifatturiero maturati nel corso degli anni. Nonostante tutto questo, la nostra lettura del problema resta macroeconomica e incentrata sulle sovvenzioni, come dimostra anche il fatto che Volkswagen sia passata dal suo tradizionale sostegno al libero scambio all’attuale appoggio ai dazi contro la Cina, per proteggere la propria quota di mercato in Europa. La nostra stessa ingenuità ci condanna a concentrarci esclusivamente sulla macroeconomia e su strumenti affini ai dazi per combattere questa minaccia, il che equivale a portare un coltello in una sparatoria.

Questi solidi vantaggi strutturali non possono essere semplicemente contrastati da un dazio, e anche se lo potessero, l’Ue viene comunque ostacolata nei suoi sforzi di farlo attraverso strumenti macroeconomici. Ad esempio, all’ultimo incontro dei ministri delle finanze del G20 negli Stati Uniti, la Cina ha posto il veto su un consenso relativo al testo del comunicato riguardante l’eliminazione delle “politiche non di mercato” volte a contenere i disavanzi delle partite correnti e gli squilibri commerciali nel mondo. L’influenza cinese e il suo potere di veto nelle sedi sovranazionali rendono difficile per l’Ue raggiungere un’azione istituzionale coordinata. Allo stesso tempo, l’Ue è impedita nell’agire anche all’interno delle proprie istituzioni. Ad esempio, in agosto le autorità cinesi hanno proibito alle entità nazionali di collaborare con gli investigatori dell’Ue in un’indagine su JD.com, colosso dell’e-commerce nella RPC. L’Ue è dunque impossibilitata a costruire il fascicolo probatorio di cui avrebbe bisogno per imporre misure e utilizzare qualsiasi strumento contro questa strategia cinese, tanto…


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