C’è un’idea che l’Occidente si porta dietro da secoli e che ci sembra quasi ovvia: il sapere sta dalla parte della luce, il potere dalla parte dell’ombra. Chi sa cerca la verità, chi comanda la piega ai propri interessi. Il filosofo francese Michel Foucault (1926-1984), in alcune pagine di Storia della verità che Einaudi ha riproposto sui suoi canali, descrive questa convinzione con grande precisione: il potere starebbe sempre dalla parte della colpa possibile, mentre il sapere starebbe dalla parte dell’innocenza e persino della virtù e del bene. Il potere dalla parte della notte, il sapere dalla parte del giorno.
È un’immagine rassicurante, perché ci dice subito chi sono i buoni e chi i cattivi. Ma è anche vera? Questo articolo prova a metterla alla prova: prima nella storia, poi nel nostro presente, dalle piattaforme digitali alle aule italiane.
Tre scene dal passato
Il copione più noto è quello di Galileo Galilei, che nel 1633 fu costretto dall’Inquisizione a ritrattare la teoria copernicana, secondo cui è la Terra a muoversi intorno al Sole. Una trentina d’anni prima, nel 1600, a Roma era stato mandato al rogo per eresia il filosofo Giordano Bruno, e per secoli la Chiesa aggiornò un Indice dei libri proibiti, istituito a metà Cinquecento e abolito solo nel 1966. È la versione classica della storia: il potere che reprime ciò che non controlla. Ma altre pagine, meno frequentate, raccontano meglio come funziona il meccanismo.
Nell’autunno del 1931 il regime fascista chiese a tutti i professori universitari di giurare fedeltà al re e al regime, impegnandosi anche a formare cittadini devoti alla patria e al fascismo. Chi rifiutava perdeva la cattedra. Su 1.225 professori di ruolo, soltanto dodici dissero di no (alcune ricostruzioni ne contano tredici o quattordici): tra loro Vito Volterra, uno dei più grandi matematici italiani; Gaetano De Sanctis, storico dell’antichità; Piero Martinetti, filosofo; Giorgio Levi Della Vida, studioso delle civiltà del Vicino Oriente; Ernesto Buonaiuti, sacerdote e storico del cristianesimo.
Gli altri giurarono, e non tutti per viltà. Il Partito comunista, allora clandestino, consigliò ai suoi di farlo, per restare nelle università e continuare a lavorare dall’interno; la Santa Sede suggerì ai cattolici di giurare con una «riserva mentale», cioè pronunciando la formula con l’intimo proposito di non intenderla davvero. Albert Einstein scrisse il 16 novembre al ministro della Giustizia Alfredo Rocco per chiedere che l’obbligo fosse revocato, senza ottenere nulla. Il dettaglio più istruttivo è che il regime non aveva bisogno di far tacere i professori: gli bastava la loro adesione. Non voleva studiosi zittiti, voleva studiosi che parlassero a suo nome, e quasi tutti accettarono, per prudenza, per convinzione o per calcolo.
Due anni dopo, in Germania, una legge del 7 aprile 1933 che parlava di «restaurazione del pubblico impiego» servì a licenziare dagli uffici statali, università comprese, chi era ebreo o politicamente sgradito al nuovo governo di Adolf Hitler. In pochi anni più di tremila studiosi persero il posto e circa la metà lasciò la Germania: gli storici la considerano probabilmente la più grande migrazione accademica di sempre. A novembre dello stesso anno quasi novecento professori sottoscrissero una dichiarazione di fedeltà a Hitler e allo Stato nazionalsocialista. Qui il potere non si limita a punire il sapere sgradito: decide chi è autorizzato a sapere.
Il copione cambia, il pericolo resta. Per questo Foucault parla di un pericolo perpetuo: non un incidente di percorso, ma una condizione stabile con cui il sapere deve fare i conti.
Il rovesciamento
Se però ci si fermasse qui, si farebbe di Foucault un semplice difensore della libertà di ricerca. La sua tesi è più scomoda. Il potere non si limita a reprimere il sapere: lo produce, lo organizza, lo rende possibile. Per tutta la vita Foucault studiò luoghi come le prigioni, gli ospedali, i manicomi, e mostrò che lì il potere non si limitava a rinchiudere o a curare le persone: produceva anche conoscenze su di loro, come la criminologia, la psichiatria, la medicina clinica, che a loro volta servivano a gestirle meglio. Potere e sapere si alimentano a vicenda.
Basta pensare ai censimenti, alle statistiche, agli archivi, alle schedature della polizia, ai servizi di intelligence: tutte forme di sapere costruite per governare, cioè per sapere chi siamo, dove viviamo, che cosa facciamo. Un potere che non sa nulla dei governati non governa nulla. Il sapere non è allora l’altro del potere, il suo nemico dichiarato: è spesso il suo strumento più raffinato.
Qui l’immagine del giorno e della notte si incrina. Se il potere ha bisogno del sapere e il sapere vive dentro rapporti di potere, la linea di confine non è più così netta. Lo si vede oggi in luoghi molto diversi: negli algoritmi che organizzano ciò che vediamo, nelle sorveglianze su chi indaga, nelle scelte con cui si finanzia, o si lascia languire, chi insegna e chi cura.
Il potere dell’algoritmo
Cominciamo da dove oggi circola il sapere: lo schermo del telefono. Ogni anno il Reuters Institute, un centro di ricerca sul giornalismo dell’Università di Oxford, intervista decine di migliaia di persone in decine di paesi su come si informano. Nell’edizione 2026 del Digital News Report, per la prima volta, social network e piattaforme video superano siti e app delle testate come fonte di notizie: il 54 per cento degli intervistati nei 48 paesi esaminati, contro il 51. Tra i giovani di 18-24 anni più della metà dice di informarsi soprattutto attraverso social, video o intelligenza artificiale, e la fiducia complessiva nelle notizie è scesa al 37 per cento, il livello più basso dal 2015.
Nessuno vieta nulla. Ma l’ordine in cui le cose ci appaiono è deciso da sistemi di raccomandazione, cioè programmi che scelgono che cosa mostrarci in base a ciò che abbiamo guardato prima, e che sono progettati per tenerci agganciati il più a lungo possibile. Nel febbraio 2026 la Commissione europea ha concluso, in via preliminare, che TikTok viola il Digital Services Act (Dsa), il regolamento europeo che impone alle grandi piattaforme obblighi di trasparenza e di tutela degli utenti, per come l’app è costruita: scorrimento infinito, riproduzione automatica dei video, notifiche e un algoritmo che propone contenuti sulla base degli interessi di chi guarda avrebbero effetti di dipendenza, in particolare sui minori. Non è un giudizio sui contenuti, ma sull’architettura. TikTok respinge la conclusione e il procedimento è ancora aperto.
Il paradosso è che il sapere necessario per capire questo potere è difficile da ottenere. Nell’ottobre 2025 la stessa Commissione ha accertato in via preliminare che Meta, la società che controlla Facebook e Instagram, e TikTok non garantiscono ai ricercatori un accesso adeguato ai dati pubblici delle loro piattaforme, un obbligo che Bruxelles considera essenziale per studiare gli effetti dei social sulla salute e sulla società; le aziende contestano. A dicembre 2025 X, il social network di Elon Musk, è stata la prima piattaforma a ricevere una multa in base al Dsa, 120 milioni di euro, per violazioni degli obblighi di trasparenza, tra cui l’esclusione dei ricercatori. C’è chi sostiene che il Dsa sia a sua volta uno strumento di censura;…
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Claudia Cardone
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