Dalla fantascienza alle contraddizioni del presente. Possiamo immaginare un futuro in cui l’umanità condivide ricordi, percezioni e coscienza senza perdere la propria individualità? E che cosa accade quando il progresso, anziché ampliare la libertà, rischia di trasformarsi in un percorso al quale nessuno può sottrarsi?
Ma 2056 non è soltanto un romanzo di fantascienza. È una riflessione sull’identità, sul rapporto tra uomo e tecnologia e sulla difficoltà di distinguere il progresso dalla semplice accelerazione del cambiamento. Temi che si intrecciano con il percorso artistico di Cusa, musicista legato al jazz contemporaneo e alla libera improvvisazione, ma anche autore di racconti, romanzi, poesie e saggi, dalla scrittura alla musica, dalla coscienza individuale alle trasformazioni tecnologiche, fino al rapporto con Catania e alle responsabilità delle nuove generazioni. Ne emerge il ritratto di un artista che guarda al futuro senza rinunciare al dubbio e che, soprattutto, invita i giovani a non aspettare che siano gli altri a costruire le opportunità di cui hanno bisogno.
Musica e letteratura: «Sono nato scrittore, la musica è arrivata quasi per caso»
Nel suo percorso convivono la musica, la scrittura e l’insegnamento. Come sono nate queste diverse anime artistiche e in che modo dialogano tra loro?
«Paradossalmente, mi considero prima di tutto uno scrittore. La musica è arrivata quasi incidentalmente, anche piuttosto tardi. Ricordo che mia zia mi regalò una batteria dopo il diploma: da lì è nata una passione che, col tempo, è diventata la mia professione. Sono arrivato persino a insegnare in conservatorio, una cosa che non avrei mai immaginato. All’epoca ero un metallaro, con i capelli lunghi: decisamente un’altra storia!
La scrittura, invece, è stata per molto tempo una dimensione più nascosta. Scrivevo quasi di nascosto, perché mi vergognavo un po’ di mostrare quello che facevo. La musica mi permetteva di esprimermi in maniera meno diretta, mentre con la letteratura mi esponevo maggiormente. Poi alcuni amici, soprattutto alcune amiche che avevano letto i miei testi, hanno cominciato a incoraggiarmi. Mi hanno fatto capire che valeva la pena continuare e, poco alla volta, ho preso sul serio anche questa attività.
Oggi considero la musica e la letteratura due forme espressive diverse, ma provenienti dalla stessa sorgente. Naturalmente cambiano i metodi, gli strumenti e il modo di comunicare. Quando suono, lavoro con il suono, il tempo e l’interazione; quando scrivo, utilizzo le parole e posso tornare continuamente sul testo, correggerlo e modificarlo. Eppure, alla base, c’è la stessa esigenza di esprimere qualcosa. Anche l’insegnamento, per me, fa parte di questo percorso. Insegnare al Conservatorio Bellini non è un’attività separata dalla mia ricerca artistica: è un altro modo di trasmettere, confrontarmi e continuare a imparare. Apparentemente sono esperienze diverse, ma fanno tutte parte della mia vita».
Il percorso di Cusa dimostra come le identità artistiche non siano necessariamente compartimenti separati. La sua attività musicale, sviluppata nell’ambito del jazz contemporaneo e della musica improvvisata, si è intrecciata con una produzione letteraria che comprende, tra gli altri titoli, Novelle crudeli, Racconti molesti, Vic e L’orlo sbavato della perfezione. Una pluralità di linguaggi che trova un punto di contatto nella sperimentazione e nell’interesse per le contraddizioni dell’esistenza.
2056 e l’intelligenza artificiale: «Il problema è la paura di perdere la nostra identità»
Nel romanzo l’umanità sembra raggiungere un traguardo assoluto: condividere ricordi, percezioni e coscienza. È possibile immaginare una società in cui siamo tutti connessi, ma nessuno riesce più a pensare autonomamente?
Dobbiamo renderci conto che alcune trasformazioni sono inevitabili. Pensiamo allo smartphone che abbiamo continuamente in mano: possiamo discuterne, possiamo considerarlo giusto o sbagliato, ma ormai è entrato nella nostra vita. La questione è capire come ci rapportiamo a questi strumenti e che cosa siamo disposti a delegare loro.
Sono profondamente interessato all’esoterismo e alle diverse concezioni del rapporto tra anima e corpo. In passato si parlava di corpo fisico e corpo eterico; oggi utilizziamo termini come hardware e software. Sono linguaggi differenti che, in qualche modo, possono aiutarci a ripensare questioni antiche. Le tradizioni filosofiche e spirituali hanno spesso immaginato un ritorno all’unità, il superamento della separazione tra gli individui. Noi, invece, siamo molto attaccati alla nostra identità e abbiamo paura di perderla. È una paura che comprendo, perché riguarda anche me, ma credo che dovremmo interrogarci più a fondo su che cosa intendiamo davvero quando parliamo di individualità.
Quando ho scritto 2056, l’intelligenza artificiale non occupava ancora lo spazio che ha oggi nel dibattito pubblico. Il romanzo è nato diversi anni prima che questi strumenti diventassero così presenti nella nostra quotidianità. Ritrovarmi successivamente davanti a trasformazioni che avevo immaginato mi ha fatto una certa impressione. Anche la data del 2056, che allora mi sembrava abbastanza lontana, oggi mi appare molto più vicina. La velocità del cambiamento è impressionante: quello che un tempo richiedeva decenni oggi può trasformarsi nel giro di pochi anni.
Il problema, però, non è semplicemente la tecnologia. È la nostra capacità di comprenderla, di immaginarne le conseguenze e di non lasciarci trascinare passivamente. Il romanzo nasce proprio da questa inquietudine: che cosa succede quando il cambiamento diventa così rapido da impedirci di capire che cosa stiamo diventando?».
L’attualità di 2056 risiede proprio nella distanza tra la promessa tecnologica e le domande che essa lascia aperte. La possibilità di condividere la coscienza potrebbe apparire come il superamento definitivo dei limiti individuali, ma porta con sé il rischio di confondere la connessione con la comprensione e l’accesso alle esperienze altrui con la capacità di pensare autonomamente. Cusa non propone una condanna indiscriminata dell’innovazione. Piuttosto, invita a riconoscere che ogni trasformazione modifica anche il nostro modo di percepire il mondo. E che la velocità con cui una novità entra nella quotidianità non coincide necessariamente con il tempo necessario per comprenderne il significato.
Samuel Vitruvio e il diritto di restare indietro: «Per me è un perdente, ma lascio aperta la questione»
Il protagonista, Samuel Vitruvio, rimane escluso dalla trasformazione che coinvolge il resto dell’umanità. Questa esclusione rappresenta soltanto una condanna oppure può diventare una possibilità di libertà?
«Il romanzo è volutamente ambiguo. Una delle cose più belle che mi sono capitate è vedere che lettori con idee completamente diverse riescono a interpretare il finale in modi opposti. Chi guarda con favore a questa trasformazione può trovare nel libro elementi che confermano il proprio punto di vista; chi, invece, è contrario può arrivare a conclusioni differenti. E questo mi interessa molto, perché non voglio imporre una lettura univoca.
Se devo dirti come vedo personalmente Samuel, però, mi sbilancio: per me è un perdente. Non è riuscito a cogliere l’occasione e, in qualche modo, rappresenta il vecchio mondo. Naturalmente questa…
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Dalila Battaglia
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