La pace senza resa: l’Ucraina, la diplomazia di Leone XIV e il dilemma strategico di un’Europa debole. La tregua umanitaria come banco di prova della volontà di pace
Analisi geopolitica del dott. Yari Lepre Marrani
Il 19 ottobre 2026, la telefonata di papa Leone XIV al presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha riportato al centro del dibattito internazionale una questione che precede ogni possibile accordo politico: la protezione della popolazione civile. Il Pontefice ha richiamato la drammatica situazione di Oleshky, nella regione di Kherson, chiedendo che la cooperazione fra le parti consenta l’arrivo di aiuti alimentari e sanitari e l’evacuazione volontaria e sicura degli abitanti. L’appello faceva seguito a una precedente telefonata con Vladimir Putin, il 16 ottobre, durante la quale il Papa aveva sollecitato una tregua umanitaria.
La rilevanza dell’iniziativa pontificia non risiede soltanto nel suo valore morale. Essa introduce un criterio politico concreto: la disponibilità a sospendere temporaneamente le ostilità per salvare vite umane costituisce una verifica, sia pure parziale, della credibilità degli impegni di pace. Una tregua umanitaria non equivale alla soluzione del conflitto, ma può creare le condizioni minime per ricostruire fiducia, aprire corridoi di evacuazione e verificare l’effettiva volontà delle parti di rispettare accordi circoscritti.
In termini di diritto internazionale umanitario, la tutela dei civili e l’accesso agli aiuti non possono essere subordinati al raggiungimento di un’intesa politica complessiva. Le Convenzioni di Ginevra del 1949 e il I Protocollo aggiuntivo del 1977 stabiliscono principi di protezione della popolazione civile e di facilitazione dei soccorsi umanitari. La loro osservanza non rappresenta una concessione diplomatica, bensì un obbligo giuridico.
La diplomazia di Leone XIV si colloca così in una tradizione che attribuisce alla pace un significato più esigente della semplice interruzione dei combattimenti: non la mera assenza di guerra, ma la costruzione di condizioni nelle quali la violenza non possa riprodursi indefinitamente.
La responsabilità originaria e l’ambiguità dei negoziati
Qualunque analisi della guerra deve partire da un dato storico e giuridico non eludibile: il 24 febbraio 2022 la Federazione Russa ha avviato l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione ES-11/1 del 2 marzo 2022, ha deplorato l’aggressione russa e chiesto il ritiro delle forze militari russe. L’articolo 2, paragrafo 4, della Carta dell’ONU vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica degli Stati.
Questo elemento non esaurisce le cause storiche del conflitto, né rende superflua l’analisi delle politiche occidentali, delle percezioni strategiche russe o del deterioramento dell’ordine di sicurezza europeo. Impedisce, tuttavia, di confondere la ricostruzione delle cause con la distribuzione della responsabilità per l’invasione. Spiegare un conflitto non significa giustificarlo.
È su questa distinzione che si fonda la critica alla narrazione secondo cui la pace dipenderebbe essenzialmente dalla disponibilità di Kyiv a cedere. La domanda decisiva non è soltanto quali concessioni l’Ucraina possa accettare, ma quali condizioni Mosca sia disposta a modificare rispetto agli obiettivi perseguiti con la forza.
La cronaca diplomatica del 21 ottobre 2026 segnala nuovi tentativi di riaprire negoziati mediati dagli Stati Uniti, mentre persistono divergenze sul controllo territoriale, sulle garanzie di sicurezza e sul futuro rapporto dell’Ucraina con la NATO. Reuters riferisce che Putin ha accettato di riprendere i colloqui con Washington e Kyiv, con una possibile ripartenza a novembre. Si tratta di un’apertura diplomatica, non ancora della prova di una convergenza sostanziale.
Per stabilire se Mosca persegua una pace effettiva occorre dunque esaminare la coerenza tra dichiarazioni e comportamenti: disponibilità a un cessate il fuoco verificabile, rispetto della sovranità ucraina, rinuncia a imporre unilateralmente modifiche territoriali e accettazione di garanzie credibili per il dopoguerra. È in base a questi indicatori, e non alla sola retorica negoziale, che si può valutare la volontà di porre fine alla guerra.
Il rischio di una diplomazia senza l’Ucraina
La notizia di una proposta russa per un vertice fra Putin, Donald Trump e Xi Jinping, potenzialmente senza Zelensky, solleva un problema fondamentale della diplomazia contemporanea: può una grande potenza negoziare il destino di uno Stato sovrano senza la sua partecipazione?
La distinzione tra le diverse iniziative diplomatiche è essenziale. Le notizie del 20 ottobre riportate dal Wall Street Journalindicano che Trump si è detto aperto a un incontro con Putin e Xi, con particolare riferimento alla questione nucleare; parallelamente, proseguono gli sforzi per riavviare negoziati sulla guerra ucraina. Non è quindi corretto considerare automaticamente confermato un vertice trilaterale destinato esclusivamente a decidere il futuro dell’Ucraina. La proposta descritta nella cronaca qui esaminata va trattata come un’iniziativa riferita da fonti giornalistiche, non come un accordo concluso.
Resta, tuttavia, il problema politico. La storia offre un precedente evocativo nella Conferenza di Yalta del febbraio 1945, quando le grandi potenze discussero l’assetto dell’Europa alla fine della Seconda guerra mondiale. Il paragone non deve essere forzato: contesto storico, rapporti di forza e finalità dei negoziati erano differenti. Esso richiama però il rischio che la diplomazia delle grandi potenze trasformi i Paesi più esposti in oggetti di decisione, anziché riconoscerli come soggetti politici.
Il principio dell’autodeterminazione e quello dell’eguaglianza sovrana degli Stati, sanciti dall’ordinamento internazionale, non possono essere sostituiti dalla sola logica degli equilibri militari. Un accordo sull’Ucraina elaborato senza l’Ucraina potrebbe forse produrre una temporanea intesa fra potenze, ma incontrerebbe un problema di legittimità, giustizia sociale, attuazione e durata.
In Politics Among Nations (1948), Hans J. Morgenthau ricordava che la politica internazionale è attraversata dalla competizione per il potere. Ma la lezione del realismo non è che ogni accordo imposto sia stabile: è che gli assetti diplomatici devono misurarsi con gli interessi, le capacità e la volontà degli attori coinvolti. Escludere Kyiv significherebbe ignorare proprio uno degli attori la cui adesione è indispensabile per rendere praticabile qualsiasi intesa.
Una resa incondizionata non è una pace: Galtung, Kant e la sicurezza europea
La distinzione elaborata dal sociologo norvegese Johan Galtung fra pace negativa — assenza di violenza diretta — e pace positiva — presenza di condizioni strutturali che rendano possibile una convivenza stabile — offre una chiave interpretativa particolarmente utile (Violence, Peace, and Peace Research, 1969). Un cessate il fuoco ottenuto mediante la capitolazione politica e strategica dell’Ucraina potrebbe arrestare temporaneamente i combattimenti, senza eliminare le condizioni che li hanno generati.
Una pace imposta a Kyiv, accompagnata dalla rinuncia alla propria capacità di autodifesa, dalla legittimazione delle conquiste territoriali ottenute militarmente e dall’assenza di…
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