Vetrine sfondate, negozi saccheggiati, molte zone del centro devastate: così è accaduto a Milano nel fine settimana del 17-18 ottobre. Dei disordini che hanno messo la città in ginocchio sono responsabili circa 300 ragazzini, la maggior parte minorenni, solo alcuni italiani di seconda generazione.
Immediata la reazione del Governo che ha approvato con urgenza un nuovo decreto-legge, subito entrato in vigore, che prevede pene severissime e carcere anche per gli adolescenti (14-18 anni), sanzioni per i genitori dei minorenni, aumento dei controlli da parte delle forze dell’ordine. Questo il risvolto politico.
Ma mamme e papà, nonni e nonne, insegnanti ed educatori sentono il bisogno di sapere che cosa realmente si agita nell’animo di questi ragazzini allo sbando. Che cosa, infatti, può spingere degli adolescenti, alcuni dei quali con meno di 14 anni, a comportarsi con tanta violenza, incuranti delle conseguenze? Esiste un profilo psicologico?
<<Partiamo da un punto: non esiste il profilo unico del ragazzo che compie atti vandalici>> afferma la dottoressa Roberta Bruzzone, criminologa. <<Una diagnosi non si fa guardando un video sui social o le riprese trasmesse dai telegiornali, possiamo però esaminare alcuni meccanismi: la ricerca di eccitazione, il bisogno di riconoscimento, la difficoltà a tollerare la frustrazione, il desiderio di dominare e la tendenza a minimizzare il danno inferto agli altri. Per qualcuno distruggere diventa il modo più rapido per sentirsi qualcuno. Il ragionamento sottostante è più o meno questo: non so conquistarmi attenzione attraverso ciò che costruisco? Me la prendo attraverso ciò che devasto. La vetrina va in pezzi e, per qualche minuto, mi sento potente. Il problema è capire quanto un simile comportamento venga premiato dagli amici, dal riconoscimento ottenuto e dalla sensazione di poter fare tutto senza pagare alcun prezzo>>.
“È una bravata” non è sempre una risposta
Qualcuno ha definito quello che è accaduto a Milano una “bravata”, altri invece ritengono che sia espressione di un disagio sociale profondo, mentre c’è chi lo giudica semplicemente un modo come un altro di delinquere. <<”Bravata” è una parola che spesso tranquillizza gli adulti e lascia il problema esattamente dov’è>> dice la criminologa. <<Bisogna guardare i fatti: che cosa hanno compiuto questi ragazzi, con quale consapevolezza, quanto hanno pianificato e, ancora, ci si deve chiedere se si è trattato di un episodio isolato o se questa condotta sarà ripetuta. Infine, bisognerà valutare la reazione del singolo adolescente davanti alle conseguenze>>.
Poi continua, assicurando che non ogni atto vandalico segnala un disturbo psicologico o una sofferenza profonda. Si può agire anche per divertimento, opportunismo, ricerca di approvazione. Ed è un errore pensare che dietro ogni comportamento distruttivo ci sia necessariamente un dolore nascosto.
<<Quando il disagio c’è, va riconosciuto e affrontato. Ma comprendere una condotta non significa renderla accettabile. E soprattutto non possiamo cancellare dal quadro chi quel danno lo subisce>>.
La contraddizione della contestazione
Fa riflettere l’ipotesi che questi ragazzi sembrano contestare una classe sociale alla quale probabilmente vorrebbero appartenere.
È verosimile? E se sì, come si spiega? <<Prima di attribuire a questi adolescenti la volontà di mettere in atto una contestazione sociale, verificherei che siano davvero loro a esprimerla. A volte gli adulti costruiscono spiegazioni molto elaborate per comportamenti che hanno motivazioni assai più immediate>> osserva la criminologa. <<Se però questa contraddizione emerge, è comprensibile: posso desiderare uno status e provare ostilità verso chi lo possiede. Posso misurare il mio valore attraverso denaro, oggetti e visibilità e sentirmi umiliato quando non li ho. Distruggere certi simboli può diventare un modo per rovesciare, per un momento, quella sensazione di inferiorità>>.
Poi però la criminologa aggiunge che sarebbe comodo attribuire tutto alla povertà o all’esclusione. <<Condotte del genere possono riguardare anche ragazzi cresciuti nel benessere. Avere molto non insegna automaticamente a rispettare qualcosa>>.
La recita del “non me ne importa nulla”
Perché i ragazzini coinvolti sembra che se ne infischino delle conseguenze a cui si espongono, che possono comportare addirittura il carcere? Ci si chiede se questo si possa spiegare come frutto dell’assoluta incapacità di prevedere gli effetti delle proprie azioni.
<<Dire “non me ne importa niente” davanti agli amici, come probabilmente succede nel gruppo dei pari, non dimostra una reale indifferenza verso le ripercussioni che possono avere certi comportamenti. A volte è una posa. Altre volte prevalgono l’eccitazione del momento, il vantaggio immediato di ottenere approvazione e la convinzione che, in qualche modo, sarà possibile cavarsela>>.
In altre parole, la conseguenza futura resta un concetto astratto. L’amico che ti applaude è lì, davanti a te. <<Questo aiuta a capire perché la sola minaccia della punizione possa non bastare. Servono limiti credibili, interventi tempestivi e adulti che mantengano ciò che dicono. Se ogni provvedimento viene annunciato e poi ritirato, la lezione è chiarissima: basta aspettare e passa tutto>>.
Il peso del gruppo
Una domanda difficile, che sta girando con insistenza tra gli educatori, riguarda il peso del gruppo. Ogni singolo ragazzino da solo farebbe le stesse cose?
<<Per alcuni il gruppo è decisivo. Offre un pubblico, distribuisce la responsabilità e può trasformare la prudenza in una debolezza di cui vergognarsi. Uno provoca, un altro rilancia, un terzo riprende. A quel punto fermarsi può sembrare più rischioso, sul piano dell’appartenenza, che continuare>> spiega la criminologa.
Poi continua sottolineando che non tutti all’interno del gruppo hanno lo stesso ruolo. C’è chi propone, chi trascina, chi segue e chi prova a opporsi. Essere in gruppo non cancella le responsabilità individuali: rende necessario ricostruirle con precisione.
<<E poi entra in gioco il desiderio di apparire forti, che può pesare moltissimo. Solo che distruggere qualcosa davanti agli amici non misura la forza. Misura anche quanto sei disposto a farti governare dal loro giudizio. Se per sentirti qualcuno devi eseguire la sfida del gruppo, quanto sei davvero libero?>>.
È questo il punto su cui occorrerebbe fermare l’attenzione degli adolescenti, inducendoli a pensarci su.
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Arginare il fenomeno: l’imperativo categorico per gli adulti
Come si può arginare il fenomeno? La dottoressa Bruzzone non ha dubbi: intervenendo prima che la violenza diventi un modo abituale per ottenere attenzione e prestigio.
Servono una collaborazione concreta tra famiglia, scuola e servizi, opportunità di partecipazione e adulti capaci di accorgersi dei segnali senza minimizzarli.
<<Quando il danno è stato commesso, devono esserci conseguenze proporzionate e comprensibili. Dove possibile e nei percorsi appropriati, anche attività di riparazione: confrontarsi con il costo di ciò che si è distrutto aiuta a dare concretezza a una responsabilità che altrimenti resta una parola vuota>>.
È ovvio che se dovessero emergere difficoltà psicologiche, uso di sostanze o condotte aggressive persistenti, si dovrà ricorrere a una valutazione e poi a un intervento professionale.
Comunque, la soluzione va…
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Angela Bruno
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