1. Il negoziato sull’Ucraina tra rapporti di forza e diritto internazionale
Siamo forse in una delle fasi più delicate e decisive del conflitto in Ucraina: sembra riaprirsi uno spazio per il confronto diplomatico tra Vladimir Putin, Donald Trump e Volodymyr Zelensky, con l’auspicio che anche l’Europa possa essere parte attiva di un percorso negoziale destinato a incidere non soltanto sul futuro dell’Ucraina, ma sull’intera architettura di sicurezza del continente. Le analisi che si susseguono in questi giorni sembrano tuttavia ribadire un confronto ancora fortemente condizionato dalla geopolitica e dai rapporti di forza. La questione territoriale rimane centrale: da una parte, le pretese russe sul Donbass e la prospettiva di consolidare sul terreno i risultati dell’aggressione militare; dall’altra, la resilienza dell’Ucraina, sostenuta dagli aiuti europei, che rivendica la propria sovranità e l’integrità territoriale. In questo quadro, il rischio è che il negoziato venga interpretato essenzialmente come una trattativa tra posizioni di forza, nella quale la possibilità di imporre condizioni prevalga sulla necessità di individuare una soluzione compatibile con il diritto internazionale. La ricerca di una tregua e la costruzione di una pace durevole richiedono certamente realismo politico, capacità di mediazione e disponibilità al compromesso; non possono però prescindere dai principi giuridici che regolano le relazioni tra gli Stati. Il nodo del Donbass, pertanto, non può essere affrontato soltanto attraverso le categorie della strategia militare o della convenienza geopolitica. Occorre ricostruire la vicenda alla luce della storia europea, degli accordi internazionali che hanno definito i confini dell’Ucraina e dei principi giuridici che continuano a vincolare la comunità internazionale. Per comprendere quali soluzioni siano giuridicamente sostenibili per il Donbass, occorre allora tornare ai fatti, agli accordi sottoscritti e alle regole e ai principi che ne disciplinano la portata.
2. L’identità storica europea dell’Ucraina e del Donbass
I fatti sono ben documentati dalle ricostruzioni di storici indipendenti. Il britannico Andrew Wilson, in The Ukrainians: Unexpected Nation, ha illustrato una ben distinta identità nazionale ucraina del Donbass, oscurata dalle narrazioni imperiali e dalle politiche neocoloniali, fatte anche di persecuzioni, genocidi, come nel caso dell’Holodomór, la morte per fame deliberata da Stalin, e continui trasferimenti forzati e indotti di popolazioni. Così anche Andreas Kappeler, storico tedesco dell’Europa orientale, ha ricostruito le relazioni tra ucraini e russi come una storia di differenze e rapporti di potere nel saggio dal titolo già eloquente: Fratelli disuguali. Russi e ucraini dal Medioevo a oggi (Ungleiche Brüder. Russen und Ukrainer vom Mittelalter bis zur Gegenwart, C.H. Beck, 2017).
La storia dell’Ucraina appartiene pienamente alla storia europea: la Rus’ di Kyiv, fiorita nel Medioevo, non era subordinata a Mosca, allora poco più di un villaggio, e faceva parte delle reti politiche, dinastiche e religiose del continente europeo. Basti ricordare Anna di Kyiv, figlia di Jaroslav il Saggio, divenuta regina di Francia nell’XI secolo. Nei secoli successivi, le terre ucraine furono attraversate dalle istituzioni e dalle culture dell’Europa centro-orientale, dal mondo lituano-ruteno alla Confederazione polacco-lituana, fino all’esperienza politica cosacca e all’Etmanato. Il Donbass deve essere collocato, perciò, in questo quadro di più rigorose ricostruzioni storiche: la sua industrializzazione, le migrazioni interne all’Impero russo e all’Unione Sovietica e l’incidenza della popolazione russofona — è importante precisarlo: russofona, non russa, perché per le generazioni del XIX e XX secolo si trattava di popolazioni indotte a migrare dalle regioni più remote dell’impero, prima zarista e poi sovietico — ne hanno configurato in parte la società, ma non hanno cancellato l’identità dell’Ucraina storica. Aver fatto parte di un impero non significa dovervi appartenere per sempre: la storia europea insegna, anzi, che le identità nazionali sono sorte proprio dalla volontà di emanciparsi da un impero, al quale spesso erano anche preesistenti. E questa è anche la storia di emancipazione di tutti i Paesi dell’Est dall’Unione Sovietica, che Putin non si rassegna ad accettare. Questa appartenenza europea si riflette anche nella tradizione giuridica di Leopoli, oggi città ucraina, dove si formarono Hersch Lauterpacht e Raphael Lemkin, protagonisti dell’elaborazione dei principi internazionali sui diritti umani, sui crimini contro l’umanità e sul genocidio: il loro contributo testimonia come proprio la storia dell’Ucraina si intrecci con la costruzione dell’attuale patrimonio giuridico europeo.
3. Il trattato del 2003 e il riconoscimento dei confini ucraini
Ed è qui che vale richiamare la più recente documentazione giuridica che traccia la specifica identità nazionale dell’Ucraina. C’è un trattato oggi conservato negli archivi della diplomazia russa, ma che non viene richiamato da Putin, benché sia firmato di proprio pugno. Non si tratta di una dichiarazione d’intenti occidentale, bensì di un accordo bilaterale, concluso direttamente tra Mosca e Kyiv, quindi senza alcuna intermediazione o pressione occidentale. Il 28 gennaio 2003, a Kyiv, il presidente russo Vladimir Putin e l’allora presidente ucraino Leonid Kučma firmarono il Trattato tra l’Ucraina e la Federazione Russa sul confine di Stato ucraino-russo, l’atto politico con cui Mosca ha formalizzato e riconosciuto reciprocamente la linea di confine terrestre tra le due nazioni. Nei palazzi del potere russo quel testo oggi è un tabù, eppure si tratta dell’accordo che ha stabilito legalmente che il confine di Stato corrisponde alla precedente frontiera amministrativa tra la Repubblica Socialista Sovietica dell’Ucraina e la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa al momento della dissoluzione dell’Unione Sovietica, nel 1991. I passaggi chiave del testo non lasciano spazio a interpretazioni: l’articolo 1 esplicita testualmente che il confine di Stato è la linea che divide i territori dei due Paesi «dall’intersezione dei confini di Ucraina, Russia e Bielorussia fino a un punto sulla costa del Golfo di Taganrog». Con questo atto, la Russia ha riconosciuto ufficialmente la sovranità territoriale dell’Ucraina sulle regioni di confine, come anche sulla Crimea e sul Donbass. Questo significa che, prima di teorizzare la frammentazione identitaria dell’Est e l’espansione della NATO, Vladimir Putin aveva firmato un trattato internazionale nel quale riconosceva la mappa nata dal crollo del muro. Nessun malinteso, nessuna forzatura: c’è una firma apposta dallo stesso presidente russo che oggi pretende di ridisegnare la storia con il sangue della sua guerra di aggressione.
Peraltro, il riconoscimento dei confini originari dell’Ucraina trova fondamento nel principio di diritto internazionale dell’uti possidetis iuris: per garantire la stabilità delle frontiere anche nei processi di acquisizione dell’indipendenza e di dissoluzione di Stati federali, le delimitazioni territoriali amministrative preesistenti sono assunte come riferimento anche per le nuove frontiere internazionali. La Corte internazionale di giustizia ne ha…
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Maurizio Delli Santi
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