L’automazione cinese vista dal bancone di un albergo

Il pomeriggio del 12 agosto, rientrando in albergo a Shanghai dopo una giornata di visite, mi sono fermato a contare. Tre ragazzi all’ingresso. Due alla postazione del concierge. Tre alla reception. Otto persone, contemporaneamente presenti nell’area di ricevimento di un hotel di categoria media, in un giorno feriale, senza particolare affollamento di clienti, nella città col costo del lavoro più alto della Cina.

È una deformazione professionale: chi ha passato anni a discutere di organici e di produttività conta le teste per riflesso. Ero in vacanza, non in missione di studio; ma certi riflessi non si spengono in aeroporto.

E quel numero mi ha fermato per una ragione precisa. Nei mesi precedenti avevo scritto (insieme all’amico Salvatore Santangelo) sull’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro e in quelle pagine c’era un paragrafo sulla Cina che sostenevo con una certa sicurezza: Pechino spinge sull’adozione dell’AI (anche) per compensare il deficit di forza lavoro prodotto dall’invecchiamento demografico.

Otto persone alla reception di un albergo non sono la fotografia di un Paese che ha carenza di manodopera.

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Il conteggio, tappa per tappa

Ho ripetuto l’esercizio in ogni città del viaggio. Sedici giorni, sette tappe: Pechino, Xi’an, Chengdu, Emeishan, Chongqing, Guilin, Shanghai. Il presidio delle reception oscillava fra tre ed otto persone, senza mai scendere sotto.

La medesima abbondanza di personale era riscontrabile anche altrove, in tutte le tappe e dovunque ci voltassimo. Sui treni: agenti di polizia, controllori, addetti ai carrelli (più di uno per convoglio), personale che spazza il pavimento durante la corsa. Nelle stazioni: ogni varco di controllo presidiato da più di una persona, due addetti alle pulizie per ogni bagno. Ai varchi, peraltro, la telecamera non ha sostituito l’addetto: gli si è affiancata; il sistema somma occhio ed algoritmo, invece di scegliere fra i due. Nei negozi si trovava sempre almeno una commessa libera: indicatore di un organico dimensionato sul picco e non sulla media.

Avevo creduto di avere una spiegazione fino all’arrivo a Guilin. Guilin è una città piccola e meno ricca relativamente alle altre del percorso, con un’economia turistica a bassa marginalità. Il numero di visitatori è alto, con turismo non solo interno ma anche internazionale (soprattutto per i magnifici paesaggi carsici, ma anche sulla città sono evidenti investimenti considerevoli che la rendono qualcosa a metà fra Las Vegas e Disneyland); allo stesso tempo, l’economia locale non riesce a trasformare quei flussi in un PIL pro capite elevato, forse perché il valore si distribuisce su un gran numero di piccoli operatori a basso margine. Tornando al numero di addetti ai servizi, avevo pensato che, se lì il personale fosse stato più numeroso che nelle metropoli, la lettura sarebbe stata semplice e rassicurante: l’automazione segue i differenziali salariali, come in Occidente: dove il lavoro costa poco si assume, dove costa molto si sostituisce.

La verifica ha smentito l’ipotesi. Nell’albergo di Guilin c’erano meno persone che in quelli delle città precedenti (ed a Shanghai sarebbero state più del doppio). Le città coi salari più alti mostravano un presidio uguale o superiore. Shanghai, la municipalità col salario medio annuo più alto del Paese (dato Annuario Statistico Cinese 2025 pubblicato dal National Bureau of Statistics) ha mostrato il numero più alto dell’intero viaggio.

Quindi sorge il dubbio che il dimensionamento del personale nei servizi cinesi non sia funzione del costo del lavoro. Non solo l’automazione non segue i differenziali salariali, ma il presidio di personale umano si muove nella direzione opposta a quella prevista.

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Il robot che non sostituisce nessuno

C’è un dettaglio che rende la faccenda più intrigante. In quattro alberghi su sette ho trovato un piccolo robot per la consegna in camera degli ordini dei rider. Ad Emeishan c’era addirittura un cane robot alla reception. Prodotti cinesi di serie, evidentemente a basso costo, altrimenti non li avrebbe una catena di fascia media in una città di provincia.

L’immagine a prima vista conferma la narrazione corrente sulla Cina tecnologica.

Solo che l’organico non cambia. Dove c’è il robot, la reception non ha meno persone di dove non c’è. E il robot manca proprio nella città dove ci si aspetterebbe di trovarlo per prima: Shanghai. Nessuna correlazione con la dimensione urbana, la ricchezza, la categoria dell’albergo.

Ho costruito tre ipotesi successive per spiegare quella distribuzione. Sono cadute tutte e tre. Quel che resta è la lettura più banale, che avevo scartato all’inizio: è un’attrezzatura che alcune strutture comprano e altre no, come un distributore automatico di bevande. Non sostituisce lavoro. Non traccia una geografia dell’automazione. Produce l’effetto che sembra progettato per produrre: impatto sul visitatore, non sull’organico.

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Il paradosso nei numeri

Quando andate in Cina, non aspettatevi di vedere robot umanoidi per le strade ed automobili volanti (almeno per il momento …). I robot stanno dove servono, ossia nelle fabbriche, che producono per il mercato interno e per le esportazioni.

Tornato in Italia, ho confrontato le osservazioni coi dati. Il risultato è più netto di quanto l’occhio potesse cogliere.

La Cina è il primo mercato robotico mondiale (dati World Robotics 2026): il 59% delle installazioni globali nel 2025, 354.000 robot industriali in un anno (+20%), uno stock operativo che ha superato i due milioni. Ormai i produttori nazionali vendono più degli stranieri sul mercato interno, con una quota del 55% nel 2025 rispetto al 28% di dieci anni prima (anche se è scesa rispetto al 2024, dove si attestava a circa il 57%, perché le installazioni dei fornitori esteri in Cina sono cresciute al ritmo del +27% mentre quelle dei produttori cinesi locali sono cresciute del +15% pari a 195.000 unità; la quota dei produttori locali si mantiene comunque al di sopra del 50% e in generale il mercato rimane in forte crescita).

Inoltre la Cina controlla gli anelli a monte della filiera: i motori elettrici (estrae circa due terzi delle terre rare mondiali, ne raffina circa l’85% e produce oltre il 90% dei magneti permanenti sinterizzati) e le celle per batterie (anche quando la riserva grezza si trova altrove, la Cina raffina oltre il 60% del litio mondiale, il 70% del cobalto e quasi il 100% della grafite sferica; oltre il 75% della capacità produttiva globale delle celle per batterie ed oltre l’80% della produzione di componenti essenziali come anodi e catodi ha sede in Cina); con una precisazione: i robot industriali tradizionali nelle fabbriche (bracci articolati, robot SCARA, e così via) sono fissi e collegati direttamente alla rete elettrica, mentre le batterie sono fondamentali per la robotica mobile e per la veicolazione elettrica in generale, non per i bracci industriali stazionari. È un predominio che si accentua lungo la filiera: la diversificazione in corso riguarda la raffinazione, molto meno i magneti. La Cina resta invece dipendente dal Giappone per i riduttori di precisione, il componente più costoso di un robot industriale, dove però i produttori nazionali stanno recuperando.

D’altra parte, la densità robotica manifatturiera cinese è di 166 unità ogni diecimila addetti (con la…


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 Giuseppe Conte

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