Il 18 settembre 2026, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha lanciato ufficialmente il Carpathian Eight (successivamente rinominato Carpathian Integration Initiative, CII). L’inaugurazione, svoltasi a Bukovel nell’ovest dell’Ucraina, ha riunito otto Stati: oltre al Paese ospitante, hanno partecipato Romania, Serbia, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria e Ungheria. Anche alcuni delegati dell’Unione europea hanno preso parte ai lavori in qualità di osservatori. Il principale risultato è stato la firma di 50 accordi, di cui più della metà concernente questioni energetiche, per un valore totale di un miliardo di euro.
Sulla carta, il nuovo formato mira a favorire l’integrazione della regione carpatica-danubiana sotto il profilo commerciale e securitario. Zelensky ha promosso su X la CII come “un movimento che rafforza i legami tra i propri membri”. Tuttavia, è nata sotto una cattiva stella, poiché le prime frizioni non hanno tardato a emergere. Durante l’evento ha fatto scalpore l’assenza di esponenti di primo piano dell’Ungheria, rappresentata soltanto da un chargé d’affaires, peraltro non presente nelle foto ufficiali, il cui ruolo è stato oggetto di disputa. Kyiv ha interpretato la presenza magiara come effettiva, mentre Budapest ne ha ridimensionato l’importanza, ribadendo il ruolo di semplice osservatore del proprio rappresentante. Successivamente, la notizia di un accordo tra l’azienda statale ucraina Naftogaz e l’omologa magiara MOL, annunciata due giorni dopo il vertice, sulla realizzazione di un deposito di gas in territorio ungherese ha sollevato preoccupazione a Budapest per ipotetiche ritorsioni russe.
Sebbene circoscritto ai rapporti bilaterali tra Ucraina e Ungheria, l’episodio solleva interrogativi sulla capacità di favorire convergenze durature tra i Paesi partecipanti. L’Ucraina ambisce ad affermarsi come guida dell’Europa centrorientale, una prospettiva che gli altri Paesi della regione si mostrano restii ad assecondare, in quanto comporterebbe un ridimensionamento delle loro ambizioni regionali.
Reazioni miste
Dal 2022, l’Ucraina ha accelerato la politica di avvicinamento alle istituzioni euro-atlantiche per contrastare l’influenza di Mosca nello spazio post-sovietico. Instaurare rapporti con gli Stati dell’Europa centrorientale è un elemento fondamentale, tenendo conto che il conflitto ha spostato il baricentro della sicurezza verso est, rafforzando la necessità di sviluppare nuove forme di cooperazione. Il Paese partecipa a forum quali la Three Seas Initiative, il Consiglio del Mar Baltico in qualità di osservatore nonché è co-fondatore di formati minilaterali quali il Triangolo di Lublino (con Polonia e Lituania) e quello di Odessa (con Romania e Moldova) ed è membro dell’Iniziativa dell’Europa Centrale. La partecipazione a questi tavoli, tuttavia, non le garantisce un posto paritario nei meccanismi regionali di cooperazione.
La creazione della CII segnala la volontà dell’Ucraina di assumere un ruolo di leadership, anziché di semplice follower, nel quadro della cooperazione regionale in Europa centrorientale. Il formato promuove gli interessi ucraini e cerca di assicurarsi sostegno politico e militare coinvolgendo pure attori come Ungheria, Slovacchia e Serbia i quali hanno posizioni ambigue nei suoi confronti. Per Kyiv, il successo del formato dipende dalla capacità di integrarsi nello spazio europeo. La sua efficacia dipenderà dalla volontà degli Stati della regione di investire risorse economiche e capitale politico nel progetto.
Proprio quest’ultimo aspetto rappresenta l’ostacolo maggiore poiché gli Stati della regione perseguono agende spesso in contrapposizione tra loro. I rapporti con l’Ungheria rappresentano l’esempio più emblematico delle difficoltà che il formato è chiamato ad affrontare, nonostante il cambio di governo a Budapest abbia disteso i rapporti. La distensione non segnala maggior solidarietà da parte magiara ma è strumentale a normalizzare i rapporti con i partner europei senza rinunciare alle proprie priorità nazionali. Il rifiuto della CII, giustificata ufficialmente come una questione di metodo, sottolinea la persistente differenza di Budapest nei confronti dell’Ucraina con l’Ungheria che percepisce il formato come uno strumento di pressione nei propri confronti. Sullo sfondo persistono le frizioni relative ai diritti delle minoranze ungheresi in Transcarpazia e alla sicurezza energetica, questioni che Budapest continua a utilizzare secondo una logica del bastone e della carota. A ciò si aggiunge il pragmatismo che ancora caratterizza i rapporti con Mosca: nonostante l’acuirsi delle tensioni, infatti, non si è consumata una rottura definitiva.
Anche Repubblica Ceca e Slovacchia hanno freddamente accolto l’iniziativa ucraina, inviando delegati di minor spessore. Praga non è riuscita nemmeno a inviare un delegato in rappresentanza ufficiale del governo in carica, ripiegando sul primo vicepresidente del Senato Jiří Drahoš. Tale esito riflette la complessità delle dinamiche interne in cui la coalizione al governo esprime posizioni antitetiche tra di loro sul conflitto in Ucraina. Trattandosi di un’iniziativa a guida ucraina, l’esecutivo ha preferito evitare di associarvisi direttamente. Di contro, l’assenza del primo ministro slovacco Robert Fico, ufficialmente giustificata da motivi di salute, si inserisce in una linea di diffidenza nei confronti del sostegno euro-atlantico a Kyiv, di cui le dichiarazioni sull’articolo 5 della NATO sono la manifestazione più eclatante. Ciononostante, Bratislava ha garantito una rappresentanza ufficiale alla CII attraverso una delegazione guidata dal sottosegretario di Stato agli Esteri Marek Eštok, confermando l’approccio opportunistico adottato dal governo slovacco.
Austria, Polonia e Romania hanno, di contro, dimostrato maggior apertura nei confronti della CII. Vienna ha espresso il sostegno più convinto alla CII, considerandola un prezioso quadro di riferimento per rafforzare la sicurezza, promuovere l’indipendenza energetica, potenziare la logistica e favorire l’integrazione europea. Sebbene anch’esse favorevoli alla CII, le posture di Varsavia e Bucarest si distinguono da quella austriaca poiché rispondono a una duplice priorità: continuare a sostenere l’Ucraina e preservare il proprio ruolo guida nella definizione dell’agenda regionale dell’Europa centrorientale.
Dalla prospettiva polacca, la partecipazione al formato rilancia i rapporti bilaterali erosi in seguito alla disputa sulla memoria storica scoppiata qualche mese addietro. Il rapporto polacco-ucraino evidenzia una complementarità strategica e militare solida: Varsavia costituisce un partner fondamentale per il sostegno logistico, militare e diplomatico all’Ucraina, mentre Kyiv rappresenta un attore centrale per la sicurezza del fianco orientale europeo e per il contenimento dell’espansionismo russo. Tuttavia, la sinergia tra i due Paesi rimane incompiuta, poiché la Polonia, o almeno una parte della sua élite politica, considera l’Ucraina un junior partner. Kyiv, al contrario, mira a rafforzare la propria autonomia politica e strategica, aspirando a un ruolo diretto nelle decisioni riguardanti la sicurezza continentale.
Dal punto di vista romeno, la CII conferma il rafforzamento dei rapporti con l’Ucraina quale elemento centrale della…
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Lorenzo Avesani e Edoardo Incani
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